mercoledì , 20 giugno 2018
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Brexit
Theresa May al Consiglio Europeo di dicembre © Council of the European Union, 2016

Brexit significa Brexit: Londra dice addio al mercato comune

Dopo mesi di incertezza, il governo britannico ha scelto: l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea si tramuterà presto in una “hard Brexit”, un processo che porterà Londra a uscire dal mercato comune europeo, in attesa di un nuovo accordo commerciale con Bruxelles.

Questo il messaggio finalmente recapitato dal Primo Ministro Theresa May all’elettorato britannico e ai 27 partner nell’UE in un discorso che sancisce una svolta nel percorso, finora più retorico che concreto, di divisione fra Londra e Bruxelles. Il governo britannico farà scattare la procedura sancita dall’articolo 50 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea ed entro due anni si dovrà contrattare l’uscita più ordinata possibile del Regno Unito dall’UE.

“Brexit means Brexit”

“Brexit significa Brexit”, questo il mantra ripetuto più volte dal Primo Ministro negli ultimi mesi. Il discorso di pochi giorni fa elimina alcune delle ambiguità che si erano addensate sul processo di separazione: in particolare, May ha definitivamente chiarito come, nel trade off fra totale controllo sui flussi migratori dall’UE e accesso al mercato unico, la priorità del governo riguarda l’immigrazione.

Nei mesi scorsi, alcuni esponenti dell’esecutivo, come il Boris Johnson, avevano affermato che l’UE sarebbe stata disposta ad accettare limitazioni ai movimenti di persone in cambio della permanenza di Londra nel mercato comune, per non svantaggiare gli esportatori europei (compresi quelli di prosecco). Al contrario, gli Stati membri hanno più volte chiarito come le quattro libertà fondamentali alla base del mercato (libertà di movimento di beni, servizi, persone e capitali) siano inscindibili.

May ha affrontato questo dilemma di fatto seguendo l’orientamento dell’elettorato britannico, che ha votato, palesemente, per maggiori controlli sull’immigrazione: a questa necessità, il Primo Ministro è pronta a sacrificare i benefici dell’accesso al mercato unico ed eventualmente dell’unione doganale, una forma più blanda di intesa commerciale, ma comunque più approfondita di un mero accordo di libero scambio. May si è detta pronta a promuovere successivamente l’accordo di associazione più approfondito possibile, allo stesso tempo suggerendo un nuovo ruolo globale per Londra, pronta a firmare accordi commerciali vantaggiosi con le principali potenze commerciali mondiali.

L’altro punto dell’insofferenza britannica, la subordinazione alla regolamentazione europea, è stato poi soddisfatto da un altro annuncio del Primo Ministro, che ha negato qualunque possibilità di rimanere sotto la giurisdizione della Corte Europea di Giustizia. Sarà ovviamente eliminato anche il contributo finanziario al budget UE, a meno di un sostegno mirato a progetti specifici su cui si manterrà un buon livello di cooperazione.

Londra nuovo paradiso fiscale?

Di fronte alle preventivabili reazioni di chiusura da Bruxelles, la May ha anche agitato lo spettro di un paradiso fiscale alle porte dell’Europa: Londra vuole rimanere un ottimo partner per l’UE, ha detto il capo del governo, ma se i Paesi europei decideranno di “punire” il Regno Unito non solo si tratterà di un “atto di auto-danneggiamento”, ma il Regno Unito è pronto a varare una politica fiscale molto accomodante per attirare le imprese dall’Europa e tagliare i legami del business europeo con le risorse finanziare della City.

Difficile però valutare quanto sia realistica questa minaccia: in caso di uscita disordinata dall’UE, le imprese che scegliessero la bassa imposizione fiscale britannica sarebbero comunque ostacolate in uno dei primi mercati globali, quello europeo, e la stessa City rischia di perdere molti dei privilegi accumulati sinora, come la possibilità di operare liberamente sui mercati finanziari europei, pur avendo sede e maggioranza dello staff a Londra (il cosiddetto “passaporto UE”).

La sponda di Trump

Le ambizioni di una Gran Bretagna globale potrebbero trovare invece una sponda nella nuova amministrazione americana. Il Presidente Donald Trump ha già espresso la sua visione critica dell’UE, mentre dopo il discorso di Theresa May, Anthony Scaramucci, che fa parte del team di transizione di Trump, ha affermato che un nuovo accordo fra Regno Unito e Stati Uniti potrebbe essere facilmente raggiunto entro 6 – 12 mesi, dato che un’intesa con Londra sarebbe una delle priorità della nuova amministrazione.

Al netto della buona volontà americana, che dovrà però articolarsi in atti concreti, Londra è chiamata a un compito impegnativo: negoziare l’uscita dall’UE  (dai dazi sugli autoveicoli ai sussidi agricoli, agli standard farmaceutici, solo per fare qualche esempio) e porre le basi per la firma di accordi commerciali con tutti i Paesi oggi legati all’UE: la competenza esclusiva in materia commerciale della Commissione ha infatti privato per decenni i governi delle professionalità necessarie per firmare nuovi accordi autonomamente. Con la Brexit, Londra è chiamata a una lunga corsa a ostacoli.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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