martedì , 18 dicembre 2018
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Catalogna: cuore nazionalista, ghigliottina economica

Dopo il 9 novembre 2014 la geografia dell’Europa potrebbe essere ben diversa da quella che oggi conosciamo. È il giorno in cui la Catalogna sarà chiamata a votare per la sua indipendenza, con un referendum indetto dall’autorità della Generalitat, il governo autonomo con sede a Barcellona. Una regione dall’animo indipendente, conosciuta con il nome di Catalonia sin dal X secolo, e che all’epoca si contrapponeva al potere carolingio.

Nel 1931, in seguito alla proclamazione della Repubblica Catalana da parte di Francesc Marcià, il territorio della Spagna sud-orientale aveva già un suo sistema amministrativo e istituzionale, dotato di un Parlamento, un Consiglio esecutivo e un Presidente. Soppressa nel 1939 da Francisco Franco, fautore di un’aspra battaglia contro la lingua e la cultura catalane, l’autonomia è stata ritrovata solo nel 1975. Da allora le voci indipendentiste non si sono mai fermate e ora sono più forti che mai.

L’unità della Spagna viene messa in discussione da una votazione che sin dalla sua proposta, nel dicembre 2013, ha ricevuto il secco no del premier Mariano Rajoy. Il leader del Partito Popolare al governo della Spagna assicura che non ci sarà alcuna consultazione, che sarebbe da considerare incostituzionale e illegale. D’altro canto Artur Mas, capo del governo della Catalogna da dopo poco più di un anno, va avanti per la sua strada. Il Parlamento regionale catalano ha infatti presentato a gennaio formale richiesta a Madrid per il via libera del referendum. Un cammino che potrebbe tuttavia trovare più di un ostacolo.

A impensierire gli indipendentisti catalani è il caso dei Paesi Baschi, che nel 2008 si videro bocciare dal Tribunale Costituzionale di Madrid il referendum per sancire il divorzio dalla capitale.  A Barcellona si pensa però di appellarsi all’articolo 150 della Costituzione, che riconosce alla Generalitat la possibilità di indire referendum.

Gli indipendentisti cercano conferme e precedenti anche oltre confine. Ancor prima del referendum catalano si terrà infatti, il 18 settembre 2014, il voto che permetterà agli scozzesi di esprimersi sulla separazione o meno dalla Corona. Il risultato di questo referendum, possibile per l’accordo tra Londra e Edimburgo, potrebbe frenare o trainare il voto catalano.

A debita distanza, ma con un occhio vigile, c’è inoltre l’Unione Europea che fino ad ora non è intervenuta in modo particolarmente netto. Certo è che se il referendum avesse successo, sarebbero molti i grattacapi da gestire a Bruxelles. Il Presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ha avvertito: “se la Catalogna si dichiarasse indipendente dovrebbe seguire l’iter di un qualsiasi Stato autonomo per entrare nell’UE”. Un richiamo che suona come una minaccia per la Generalitat, che si troverebbe certamente di fronte al veto della Spagna.

Un’incognita che potrebbe essere risolta dalla struttura del quesito referendario, articolato su due domande: “Volete voi che la Catalogna sia uno Stato? E che sia uno Stato indipendente?”. Secondo i sondaggi, mentre è probabile la maggioranza di favorevoli alla prima domanda, la seconda avrebbe molto più difficoltà a passare. I catalani sono dunque ben consapevoli che la creazione di uno Estado propio porterebbe non pochi svantaggi, in primis l’uscita dall’euro.

La crisi che ha colpito la Catalogna negli ultimi anni è stata infatti una delle bandiere della campagna elettorale di Mas. La mancanza di un sistema fiscale autonomo della regione fa sì che il suo bilancio sia nelle mani del governo spagnolo e contribuisca a mantenere le regioni più povere come l’Andalusia.

Ma non mancano gli scheletri nell’armadio: la regione ha un debito di 42 miliardi sui 140 miliardi totali delle regioni spagnole, nonostante sia la più produttiva. Di uscire dall’UE non vogliono sentir parlare gli industriali catalani, che hanno ottimi scambi commerciali con l’Europa e non vogliono pagare nuovi dazi doganali. Le ripercussioni economiche scuoterebbero profondamente anche il Regno Spagnolo che, senza la Catalogna, scenderebbe di 20 punti per quanto riguarda il PIL e di 26 per l’export, passando, nella classifica delle maggiori economie mondiali, dal 13° al 16° posto, tra Corea del Sud e Indonesia.

La partita tra Barcellona e Madrid è ancora tutta da giocare, in uno scontro di cui la Spagna di certo non ha bisogno, visto il debito di oltre 900 miliardi di euro, pari al 92% del PIL, ed un’Unione Europea che sembra sempre meno disposta a tappare i buchi.

Nell’immagine, un murales che inneggia all’unità dei paesi catalani, sulla destra la Estelada, bandiera simbolo dell’indipendentismo catalano. (photo, Wikimedia Commons)

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L' Autore - Redazione Europae

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