lunedì , 24 settembre 2018
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Cecenia
Vladimir Putin e Razman Kadyrov © www.kremlin.ru - Wikimedia Commons

Cecenia, la scelta di Putin: Kadyrov resta

Sicurezza o libertà, protezione o diritti. Dilemmi che in Europa tengono banco, dalle periferie di Parigi ai quartieri di di Bruxelles, dal valico del Brennero a Ventimiglia, dalla campagna per la Brexit a quella che ha preceduto le presidenziali austriache. Un dilemma che in Russia non c’è. O meglio, non c’è quasi più. La Russia, o chi per lei, sembra aver già scelto, e gli effetti di questa scelta sono evidenti soprattutto in un’area: il Caucaso.

Diritti e libertà

In discussione, in Europa, sono soprattutto la libertà di circolazione creata con Schengen e le politiche di accoglienza e gestione dei flussi migratori. La prima, infatti, è accusata di rendere più difficoltosi i controlli alle frontiere, e quindi la lotta al terrorismo. Le seconde sono considerate il vettore e la causa che hanno portato alla creazione, nelle città europee, di zone al di fuori della legge, sacche di criminalità, avamposti per l’estremismo e la lotta jihadista.

L’impossibilità per l’UE di adottare politiche comuni e coerenti per la gestione dei flussi migratori o per la lotta al terrorismo, l’equilibrio tra Hofer e Van der Bellen e l’indecisione che precede il referendum britannico, sono lo specchio di quanto sia difficile, in Europa, trovare il giusto equilibrio tra sicurezza e diritti.

La Russia

Il dibattito in Russia è più sfumato, differente è la gestione della politica, della società, dei media. Questo non significa che libertà e diritti non siano in discussione. A metterle a rischio, secondo gli oppositori, è ad esempio il progetto di Putin di creare una Guardia Nazionale, ovvero una vera e propria forza di pronto intervento (secondo alcuni un esercito personale), dotata di immunità e di poteri speciali, tra cui la possibilità, in caso di disordini o emergenze, di aprire il fuoco anche contro cittadini russi (con limitazioni), requisire veicoli, perquisire abitazioni, assumere il controllo delle telecomunicazioni o isolare quartieri.

Per Putin si tratta di uno strumento anti-terrorismo. Per i dissidenti sarà un’arma anti-dissenso, creata in previsione delle parlamentari del 18 settembre. Dubbi rafforzati dalle dichiarazioni sui “nemici esterni”, che secondo Putin vorrebbero condizionare le parlamentari e fomentare il disordine. La Guardia Nazionale, che sarà guidata dal Gen. Zolotov, suo fedelissimo, diventerebbe così anche un messaggio verso l’esterno: in Russia non ci sarà alcun”Maidan”.

Intanto in Cecenia…

Le priorità del Cremlino sono però evidenti soprattutto in Cecenia. C’è chi (gli oppositori, ma anche l’FSB e alcuni vertici federali) rimprovera a Putin di aver fatto della repubblica caucasica uno Stato nello Stato, dove le leggi russe sono sospese. Chiaro esempio possono essere le tattiche anti-terrorismo usate da Kadyrov dopo gli attentati di Grozny (dicembre 2014), quando numerose abitazioni appartenenti alle famiglie di “sospetti” terroristi (e di sospetti oppositori) furono incendiate e i proprietari espulsi.

Oppure, più recente, l’isolamento per settimane del villaggio di Kenkhi (abitato da genti di etnia avara), a sud di Grozny, cinturato dalle forze di sicurezza in nome di un’operazione anti-terrorismo. Il reale intento invece, secondo un’emittente russa, era quello di evitare contatti con la stampa, dopo che un maestro locale aveva diffuso su Youtube un video in cui denunciava il degrado delle strutture pubbliche.

In discussione sono poi le politiche religiose e sociali di Kadyrov, accusato di islamizzare sempre più la Cecenia. Basti pensare al suo “codice della virtù” per le donne, che incentiva l’uso del velo, alle dichiarazioni in favore della poligamia (vietata in Russia) oppure alle minacce rivolte alla leadership religiosa della vicina Inguscetia. Come se non bastasse, ci sono le periodiche provocazioni del leader ceceno, come la minaccia di invadere la stessa Inguscetia, definita fonte di instabilità e devianze, o l’annuncio che le sue forze di sicurezza avrebbero aperto il fuoco sugli uomini delle agenzie federali, qualora questi avessero avviato operazioni in Cecenia senza informare preventivamente. Dichiarazioni che non possono essere piaciute all’FSB.

Proprio la crescente ostilità di alcuni ambienti del Cremlino potrebbe aver spinto Kadyrov ad annunciare, a fine febbraio, di voler lasciare al termine del suo secondo mandato (5 aprile), a meno che Putin non gli avesse chiesto espressamente di restare (sarebbero previsti massimo due mandati). Un bluff calcolato: su un piatto della bilancia la stabilità della Cecenia (considerata a rischio senza Kadyrov), dall’altra un gesto di Putin che lo avrebbe reso ancor più intoccabile. Chiedendogli apertamente di restare fino al voto locale di settembre e sostenendo apertamente la sua candidatura (l’elezione, vista la probabile assenza di avversari, sembra una pura formalità), Putin il 27 marzo ha scelto, come prevedibile, la stabilità.

La scelta, sia stata essa forzata dalla mossa di Kadyrov o co-ideata dallo stesso Putin, è stata accompagnata da quello che ormai rimane poco più che un richiamo, dall’invito “a rispettare la legge russa, in ogni settore”. Una raccomandazione che è la perfetta sintesi di come sicurezza e pragmatismo abbiano assunto una dimensione prioritaria rispetto ai diritti, costituzionali e stabiliti dalla legge. Priorità che inevitabilmente comporta delle rinunce: chissà se coloro che in Europa inneggiano allo Zar ed alle sue politiche muscolari le hanno già messe in conto.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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