mercoledì , 19 dicembre 2018
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Denis Mukwege, fondatore del Panzi Hospital (Congo), Premio Sakharov 2014 (Foto: European Parliament)

Denis Mukwege, il ginecologo congolese Premio Sakharov 2014

di Elisabetta Sartor

Il movimento ucraino EuroMaidan, Denis Mukwege, un ginecologo del Congo, e Leyla Yunus, attivista dei diritti umani dell’Azerbaijan. Questi i finalisti del Premio Sakharov 2014 per la libertà di pensiero, assegnato ogni anno dal Parlamento Europeo a individui o organizzazioni che si sono distinti nella difesa dei diritti dell’uomo e delle libertà. Istituito nel 1988 in memoria del fisico russo Andreï Sakharov, Premio Nobel per la pace nel 1975, è stato attribuito tra gli altri a Nelson Mandela e, l’anno scorso, a Malala Yousafzai.

Lo scorso 21 ottobre il Parlamento ha assegnato il premio 2014 a Denis Mukwege, il “muganga” ossia il “medico”, ginecologo congolese che da quindici anni cura le donne vittime di stupro nell’ospedale da lui fondato a Panzi, vicino a Bukavu, nell’instabile Kivu Sud, a nordest del Congo, e denuncia alla comunità internazionale le violenze della sua terra.

La vita di Mukwege è particolarmente significativa. In tenera età, accompagnando il padre, pastore protestante, nei suoi giri tra i malati, Mukwege capisce di voler dedicare la vita al servizio dei più deboli. Specializzatosi in ginecologia in Francia, decide di tornare in Congo, dove ritiene ci sia maggiore bisogno di lui. Il Congo, quel “cuore di tenebra” devastato dalle guerre intestine tra tribù, spesso dirette dai capi politici congolesi e dei Paesi confinanti, in particolare del Ruanda e Uganda, per il controllo delle molte risorse del sottosuolo: oro, diamanti, ma anche il coltan dei nostri smartphone.

Le guerre degli anni ‘90 si caratterizzano per un diffuso ricorso agli stupri. Mukwege ascolta i terribili racconti di donne violentate spesso in gruppo e davanti a figli e mariti, cura corpi dilaniati e segnati per sempre dalla firma inconfondibile dell’odio dei carnefici: mutilazioni, ferite da arma da fuoco, violenze di ogni genere. Un dramma che è anche culturale, perché il corpo di queste donne rimane mutilato e spesso perdono la capacità di procreare, con il rischio di essere rifiutate dalla famiglia e allontanate dai mariti, che hanno difficoltà a riavvicinarle e si sentono impotenti. Nel 1999, Mukwege fonda il Panzi Hospital e si specializza nella ricostruzione di organi genitali delle vittime: per questo è conosciuto nel mondo come “l’uomo che ripara le donne”.

Mukwege conosce la forza delle parole, parole che possono lenire il dolore e anche testimoniarlo: inizia a denunciare nel mondo internazionali la pratica dilagante degli stupri sulle donne. Arrivano molti finanziamenti e i primi riconoscimenti, anche se l’impegno della comunità internazionale avrebbe dovuto e dovrebbe essere maggiore. Le attività del Panzi Hospital non riguardano solo l’assistenza medica: oltre a riparare le ferite del corpo, si cerca di curare i traumi psicologici con il sostegno di esperti e di ridare dignità e coraggio attraverso l’assistenza legale gratuita. Si garantisce anche un aiuto economico alle donne vittime di violenza e spesso rimaste sole: micro-credito con cui poter iniziare una modesta attività commerciale, mentre le più giovani imparano a leggere e scrivere.

Mukwege definisce lo stupro una vera e propria arma da guerra: si colpiscono le donne per destabilizzare l’intera comunità, distruggere le famiglie, impedire la riproduzione e diffondere malattie come l’AIDS. La risoluzione dell’ONU 1820 del 2008 ha finalmente riconosciuto la violenza sessuale come tattica di guerra per umiliare, dominare, instillare la paura e allontanare i civili dalle loro comunità e gruppi etnici.

È servito molto coraggio per urlare al mondo la verità: Mukwege è un testimone scomodo e nel 2012 è stato vittima di un agguato che è costato la vita alla sua guardia del corpo, ma non si arrende. Le tensioni nel suo Paese continuano, anche se il numero degli stupri è diminuito: ci sono focolai ancora accesi come dimostrano le cronache provenienti da Beni, nel Nord Kivu, dove si è consumato un altro massacro di civili.

Il servizio sanitario nazionale resta inadeguato, in particolare per le comunità rurali per la carenza di risorse, la distanza dalle città e la poca consapevolezza. Come racconta Colette Braeckman, autrice di un saggio a lui dedicato, Mukwege è amato dalla sua gente, è un eroe nazionale: ma è anche uno di loro che, lavorando con umiltà e tenacia, riesce a portare la speranza nei cuori delle persone che cura e anche nel suo.

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