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Draghi al Consiglio europeo, un esordio deludente?

Si definisce delusione lo stato d’animo provocato dalla constatazione che le aspettative non hanno riscontro nella realtà. Per capire se l’esordio in Consiglio Europeo di Mario Draghi da premier italiano sia stato deludente è necessario chiedersi: deludente per chi?

Già, perché al netto delle schermaglie sul “governo dei migliori”, l’opinione pubblica italiana ha aspettative contrastanti. Alcuni si aspettano che con la sola imposizione delle mani Draghi possa risolvere i problemi strutturali di un paese stagnante, per altro nel bel mezzo di una pandemia. Altri si aspettano che Draghi dimostri che, alla fin fine, Giuseppe Conte e il suo governo giallo-rosso non erano poi così mediocri.

Un equivoco nostrano su Draghi è la sua presunta aura (neo)liberista da tifoso della troika. In Europa la percezione è quasi opposta. Draghi si è definito un socialista liberale. Crede nel ruolo dello stato. Parla di “debito buono” e di economia sociale di mercato. Da Francoforte ha combattutto i falchi della Deutsche Bundesbank e spinto l’acquisto del debito dei paesi dell’eurozona alle sue estreme conseguenze.

Su queste pagine cerchiamo da sempre di mantenere un approccio e un punto di vista europeo. La nostra domanda fondamentale è quindi: com’è stato accolto in chiave europea l’arrivo di Draghi ai vertici UE?

Bentornato, Mario

Per prima cosa, quello di Draghi non è stato affatto un esordio. Presiedere la BCE per 8 anni (2011-19) e portarla fuori dalla crisi dell’euro vuol dire stare al centro del quadro politico e istituzionale europeo più a lungo di qualunque altro leader italiano.

Cos’è cambiato è il suo ruolo. Il Draghi di Francoforte aveva come obiettivo tenere insieme l’unione monetaria, pensare all’interesse generale dell’eurozona. Il Draghi di Roma è una creatura diversa, con obiettivi diversi, che opera in un periodo storico radicamente diverso.

Se i colleghi del Consiglio Europeo si aspettano un Draghi a dodici stelle, sbagliano di grosso. Il Mario italiano lavorerà sulla base del mandato nazionale, difenderà gli interessi italiani in un quadro europeo e atlantico. Non si farà carico del peso di portare l’UE intera fuori dal pantano. Non questa volta o, almeno, non per adesso.

Chi in Europa poteva aspettarsi un Draghi unionista ed essere quindi deluso dal Draghi nazionale? Non certo Angela Merkel, troppo esperta di politica nazionale in chiave europea e troppo attenta alle dinamiche italiane. Nemmeno Emmanuel Macron, che sul nazionalismo in chiave europea ci ha costruito una carriera. Forse Ursula Von der Leyen. Ecco, forse lei sì.

“Dobbiamo essere molto, molto più veloci”

Se la presidente della Commissione si aspettava un supporter quasi incondizionato dell’esecutivo comunitario è rimasta sicuramente delusa. Il primo obiettivo di Draghi è realizzare un piano vaccinale rapido, capace di consentire la ripresa della vita economica e sociale. Per realizzarlo, l’Italia ha bisogno di migliorare i suoi processi di somministrazione, ma ha anche bisogno di più vaccini e di continuità e affidabilità delle forniture.

La Commissione Von der Leyen ha gestito una strategia di approvvigionamento dei vaccini molto criticata. Molte capitali rimproverano a Bruxelles lentezza nelle autorizzazioni e negli approvvigionamenti e debolezza nel far rispettare i contratti con le case farmaceutiche.

Nella videochiamata del Consiglio Europeo del 25 e 26 febbraio 2021, Draghi non ha temporeggiato. I sussurri di Palazzo Chigi parlano di un confronto diretto con Von der Leyen sul piano di consegne (“non dà garanzie”) e di inviti a valutare acquisti fuori dall’Europa.

Non solo. Draghi avrebbe invitato i colleghi a procedere “molto, molto più veloci nella vaccinazione“, anche proponendo un cambio di approccio sul modello di quello adottato tra gli altri dall’ex collega Boris Johnson. Iniziare a vaccinare più persone possibili con una sole dose. Le ultime evidenze scientifiche, avrebbe detto Draghi, giustificherebbero il cambio di marcia.

Europeans first?

Un’altra categoria di europeisti delusi è quella che pensava più o meno apertamente che Draghi avrebbe archiviato il sovranismo. Ebbene, Draghi non è un idealista, ma un pragmatico che si fa interprete di una linea sovranista intrepretata in ottica europea (“non c’è sovranità nella solitudine“).

Il primo terreno su cui misurare questa linea politica è ancora una volta il tema dei vaccini. Nel corso del vertice, Draghi avrebbe chiesto:

  • di considerare misure di stop all’export di vaccini fuori dall’UE;
  • più forza contro le imprese inadempienti (“le aziende che non rispettano gli impegni non dovrebbero essere scusate”);
  • di dare priorità alle vaccinazioni dei cittadini europei, pur sostenendo almeno retoricamente l’approccio COVAX europeo.

Un approccio “prima gli europei” (e quindi gli italiani)? All’apparenza sì. La posizione di Draghi sul vaccino ai paesi a basso reddito ha deluso alcuni commentatori e deluderà i più idealisti in Italia e in Europa.

L’eredità atlantista e il ritorno dell’Italia

L’aspettativa più diffusa in Europa sull’arrivo di Draghi è che questo significhi il ritorno dell’Italia nel gioco politico europeo. Dalla Brexit in poi la guida politica dell’Unione è diventata ancor più una cosa a due tra Germania e Francia. Per giunta in un momento di ritiro americano dal multilateralismo e dall’Alleanza Atlantica.

L’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca e di Draghi a Palazzo Chigi segnano, pur con pesi diversi, un ritorno al passato. L’Unione carolingia strategicamente terza in un mondo multipolare suona oggi molto meno attraente. Ancor più dopo averne visto le prestazioni in campo vaccinale.

L’Italia draghiana deluderà le aspirazioni carolinge e raccoglierà l’eredità atlantista del Regno Unito in UE? Il discorso programmatico di Draghi è stato cristallino sul posizionamento internazionale del nuovo governo:

“Convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite”

Difficile dire se questo approccio sia in contrasto con le aspettative franco-tedesche. La pandemia ha cambiato radicalmente le priorità, l’arrivo di Biden il contesto. Superare la crisi sanitaria, economica e sociale è la priorità di tutti e il vero banco di prova della capacità dell’Europa di uscire integra dalla tempesta perfetta.

Merkel lascerà la cancelleria dopo le elezioni politiche del 26 settembre 2021. Macron dovrà lottare per la rielezione ad inizio 2022. La vera aspettativa europea è che Draghi permetta al Consiglio Europeo di dare continuità e peso alla leadership politica continentale.

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