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Press statement of Martin SCHULZ - EP President and Alexis TSIPRAS, Prime Minister of Greece

Grecia: il tramonto di Alex Tsipras

Le recenti elezioni europee hanno chiuso, nel continente, un’era che forse sarà ricordata per il protagonismo assoluto di Mario Draghi alla guida della BCE, per l’assenza di una politica economica europea coesa e per l’impotenza di Parlamento e Commissione, a discapito del Consiglio Europeo. Ed è al tramonto anche l’epopea di Alexis Tsipras all’ombra del Partenone.

Quattro lunghi anni di sacrifici per i greci hanno portato ad un lento ma non completo risanamento economico del Paese. La Grecia è passata da una fase di recessione nel 2015 (-0,4% il tasso di crescita del PIL) ad una fase espansiva registrata nel 2018 (+ 1,9%). Anche il Pil-pro capite è aumentato, da 26,839 $ nel 2014 a 29,592 $ nel 2018.  Il tasso di disoccupazione sembra aver intrapreso un trend discendente, dal 24,9% del 2015, al 21,5% del 2017 e al 19,3% del 2018 (ancora in discesa secondo Eurostat a gennaio 2019 a 18,5%).

Il dato preoccupante resta tuttavia ancora quello sulla disoccupazione giovanile, che nel 2017 per la coorte 15-24 anni era al 43,6% contro un 18,8% della media nell’Eurozona. Sono proprio i giovani ad abbandonare il Paese: nel 2016 20.000 giovani in età tra i 25 e i 29 hanno lasciato la Grecia, un numero che è più del doppio rispetto agli anni pre-2010. Si sta verificando quello che in gergo si chiama brain drain, la “fuga di cervelli”, con conseguenze serie per settori come istruzione e sanità, dove viene a mancare forza lavoro giovane. Ma non solo, un Paese che perde giovani perde il futuro, perché presto mancheranno spinte per l’innovazione, per una maggiore produttività e per una sana competizione anche nel privato. Per di più la Grecia segue un trend europeo dal punto di vista demografico, con tassi di natalità bassi ed una popolazione in età adulta e prossima alla pensione. Questi dati sembrano dirci che il paese sì, lentamente riprende un percorso tortuoso di crescita, ma sui pochi giovani rimasti pesa sempre di più il peso della società e delle spese per il suo mantenimento (pensioni e sanità).

In questo contesto politico ed economico fragile, Tsipras ha dovuto difendere le sue scelte politiche, il suo equilibrismo tra le richieste della Trojka e la necessità di non far pesare la cura greca solo sulle spalle degli ultimi. Ha poi dovuto trasmettere il messaggio che il peggio è passato, il sentiero per la crescita è tracciato, e il periodo delle privazioni finito. Ma in questo tempo storico di risposte semplici ai problemi complessi, inviare messaggi al popolo è riuscito meglio a Kyriakos Mitsotakis, leader di Nea Demokratia, partito di centro-destra che, insieme al Pasok, partito di centro-sinistra, ha condotto la Grecia sull’orlo del baratro finanziario. Nea Demokratia ha distaccato Syriza alle elezioni europei di circa 9 punti percentuali, ed ha fatto lo stesso nelle elezioni di domenica scorsa.

Mitsotakis sostituisce quindi Tsipras. Sui mercati il rendimento dei titoli di stato greci a 10 anni è calato in maniera significativa all’indomani delle elezioni europee. Il promettente Mitsotakis non ha però specificato come intende raggiungere gli obiettivi fissati da Atene con i creditori, per esempio come le sue misure economiche porteranno a raggiungere un avanzo primario (al netto degli interessi sul debito) del 3,5% ogni anno fino al 2022. Nel 2018 il governo Tsipras ha mancato l’obiettivo, sebbene di poco, 440 milioni di euro circa. Inoltre, il giovane rampollo Mitsotakis, formato oltreoceano ed ex McKinsey, parla sporadicamente di ricette economiche, mentre lancia più spesso messaggi politici altisonanti, di tenore nazionalista, contro la Turchia soprattutto.

È proprio il campo della politica estera quello più scivoloso per il nuovo leader di Nea Demokratia, e quello dove invece Tsipras sembra poter vantare i suoi migliori risultati. Mitsotakis dovrà gestire i rapporti con Ankara allentando la retorica nazionalista, affrontare il dossier energetico nel Mediterraneo orientale, e, soprattutto, raccogliere la più pesante eredità di Tsipras, l’accordo con la Repubblica di Macedonia del Nord. Un’intesa storica, che pone fine ai veti di Atene affinché il vicino settentrionale compia il suo percorso di avvicinamento all’Unione Europea e alla NATO. Per qualcuno, in Occidente, Skopje nella NATO potrebbe contare molto di più di un obiettivo di finanza pubblica mancato dal governo greco. La portata storica dell’accordo è comprovata dall’ostilità del Cremlino, che teme una completa e definitiva europeizzazione della penisola balcanica. È questo è proprio ciò che l’’Unione deve, più di ogni altra cosa, a Tsipras, l’aver mantenuto e portato verso l’Occidente la regione, in un contesto storico nel quale c’erano tutti i presupposti per voltare le spalle a Bruxelles.

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L' Autore - Luca Orfanò

Laureato magistrale in Economics all’Università di Torino nel 2016 con una tesi sugli effetti economico-politici dei flussi migratori. Europeista convinto e appassionato di relazioni internazionali e di Medio Oriente. Ha conseguito il Master in Diplomacy in ISPI. Fondatore di un blog di economia internazionale nel 2012. Dopo un’esperienza lavorativa in ambito finanziario, torna a focalizzarsi sulla politica internazionale collaborando a Rivista Europae.

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