giovedì , 13 dicembre 2018
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Kosovo
Photo © Raffaele Esposito - www.flickr.com, 2008

In fuga dal Kosovo: cresce l’emigrazione

In Kosovo interi villaggi si stanno silenziosamente spopolando. I dati parlano chiaro: è il più grande esodo dagli anni ’90. Se nel 2012 erano appena 7.700 i nuovi richiedenti asilo kosovari in Europa, nel 2014, secondo i dati Eurostat, sono stati più di 32.000. Un incremento di circa il 76% nell’arco di due soli anni.

È un dato che dovrebbe far riflettere, soprattutto considerando che questi numeri riguardano solo i migranti identificati: infatti sfuggono ai conteggi tutti quelli che hanno eluso i controlli alle frontiere. Un aumento tale di persone che lasciano il proprio Paese si registra di solito in caso di violenze o conflitti, ma il Kosovo oggi non è più un teatro di guerra. Cosa è successo nell’arco di questi due anni? La risposta è racchiusa in una sola parola: speranza. Qualcuno ha ucciso la loro speranza.

Kosovo: le speranze disilluse

Nel 2008 il Kosovo dichiara la propria indipendenza dalla Serbia, i kosovari si aspettavano l’inizio di un cammino verso maggiore sicurezza, ma anche verso nuove opportunità e benessere. Purtroppo quest’anno alla festa per l’indipendenza del Paese c’era poco da festeggiare: la disoccupazione sfiora il 45%, lo stipendio medio è di circa 260 euro al mese, con un costo della vita molto alto, e la povertà è in forte aumento. A peggiorare la situazione è la mancanza di prospettive: non solo non ci sono segnali di miglioramento, ma la classe politica sembra incapace di comprendere la gravità della situazione. Una scuola della cittadina di Vushtrri dichiara di aver perso almeno 440 studenti: emigrati con le famiglie in Europa.

L’emigrazione

I racconti di chi tenta la fortuna all’estero sono tutti molto simili: si parte di notte in pullman per Belgrado, non prima di aver pagato 15 euro a testa. Con la carta d’identità kosovara si può legalmente entrare in Serbia grazie ad un accordo fra i due Paesi. La parte più difficile del viaggio inizia dopo. Da Belgrado si cambia pullman e si raggiunge la cittadina più a nord, Subotica. Da qui alcuni prendono un taxi per avvicinarsi ancor più al confine con l’Ungheria, dopo di che bisogna procedere a piedi fra i boschi, per poi attendere il buio e tentare finalmente di entrare nell’Unione Europea.

Sempre analizzando i dati Eurostat, si può tracciare anche l’identikit dei migranti: sono famiglie giovani (il 44% ha tra i 18 e i 34 anni) e con bambini al seguito (il 37% dei migranti sono minori). Quelli che riescono a superare il confine hanno davanti a sé ancora 10 km di cammino per raggiungere la prima cittadina ungherese. La maggior parte dei migranti non vorrebbe fermarsi in Ungheria, ma spesso vengono scoperti e, pur di non essere immediatamente rimpatriati, chiedono asilo.

Budapest, governata attualmente da un governo di destra, non è particolarmente accogliente: in seguito all’aumento del 71,5% di kosovari richiedenti asilo dal 2013 al 2014, il Primo Ministro Viktor Orban considera i kosovari come una minaccia “da cui difendersi e proteggersi”, motivo per il quale sta lavorando a una nuova legislazione in materia, che prevederebbe anche il rimpatrio dei richiedenti asilo prima che la loro richiesta possa essere sottoposta a giudizio. Anche se molti analisti sostengono che Orban stia solo cercando di recuperare i voti dei più estremisti, le dichiarazioni sono comunque gravi e non aiutano l’accoglienza dei migranti. Pochissimi vedono accettata la propria richiesta d’asilo da Budapest, per questo motivo in tanti tentano la fuga verso altri Paesi come la Germania, la Svezia o la Svizzera.

Quale risposta dal Kosovo?

A questo punto è normale chiedersi: quali misure stanno adottando i politici kosovari per contrastare l’esodo? Ci si potrebbe aspettare almeno un piano economico, un supporto all’impiego dei giovani, un programma di sostegno all’impresa privata o il tentativo di attrarre capitali esteri, insomma, almeno un po’ di movimento, di idee. I kosovari lasciano il proprio Paese non solo perché non hanno un lavoro, ma perché la loro speranza è morta. La classe politica è impegnata in eterne dispute con la vicina Serbia, dimenticando i propri cittadini.

L’unica risposta che è riuscita a dare è stata per bocca della Presidente Atifete Jahjaga, la quale, durante un incontro pubblico, ha dichiarato: “non dovete partire, dovreste rimanere qui e cercare delle soluzioni”. È difficile sperare che si possano trovare delle soluzioni, quando l’unica misura che il governo ha preso finora è stata quella di chiedere ai Paesi confinanti di rimpatriare quanto prima i kosovari richiedenti asilo all’estero.

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L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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One comment

  1. 30 000 kosovari
    20 000 serbi
    11 000 albanesi
    queste emigrazione sono il risultato di una politica che non fa altro che impoverire la popolazione……..una domanda ma l’europa che aspetta ad intervenire in aiuto alle popolazioni servi di una politica corrotta e criminale che ha raggiunto il picco grazie alla insensibilità della comunità europea

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