martedì , 20 novembre 2018
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Jean-Claude Juncker © European Union, 2014

Juncker, anno primo

Il 1 novembre 2014 l’ex primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker ha iniziato il suo mandato come Presidente della Commissione Europea. Juncker era lo Spitzenkandidat – ovvero il candidato selezionato – del Partito Popolare Europeo, che ha vinto le elezioni del maggio 2015 conquistando la maggioranza relativa del Parlamento Europeo. La decisione di avere dei candidati al ruolo della Presidenza della Commissione, nel tentativo di politicizzare le elezioni e la stessa Commissione, aveva suscitato diverse polemiche: è noto che Angela Merkel non fosse del tutto d’accordo, ad esempio, e Juncker è stato l’ultimo dei candidati a essere indicato ufficialmente dal suo partito.

Anche dopo la vittoria elettorale le cose non sono state facili: David Cameron, supportato dalla stampa inglese, tentò infatti di mettere insieme una coalizione di Paesi per supportare la nomina di un altro candidato, sulla base del principio che le elezioni europee non possono considerarsi vere e proprie elezioni. La stessa Merkel sembrava pensarla così, almeno fino a che la stampa tedesca non le ha ricordato che Juncker era stato presentato a tutta l’Unione come il candidato del PPE e che dopo la vittoria elettorale non si poteva più cambiare idea. Alla fine, Juncker è stato nominato presidente della Commissione, e ha sempre detto di considerarsi il primo presidente eletto dai cittadini europei.

Il numero due

Il nome che a Bruxelles viene più spesso associato a quello di Juncker è Martin Selmayr, il suo capo di gabinetto tedesco. Avvocato, cristiano-democratico, è stato più volte indicato come l’uomo davvero al comando della Commissione, e ha avuto un certo peso sia nel cambiamento dei vertici della Commissione avvenuto questa estate – ad esempio nella nomina del tedesco Johannes Laitenberger a Direttore Generale per la Concorrenza – sia nella gestione della crisi greca. Forse troppo peso: il 21 giugno Selmayr scrisse su Twitter che la proposta greca appena arrivata era una “buona base per andare avanti”. Il connazionale Wolfgang Schäuble, ministro delle finanze tedesco, lo definì un impiccione, che si occupava di cose al di sopra del suo livello.

Il programma

Non si resta primi ministri per 18 anni senza una certa attitudine al pragmatismo. Juncker è un politico di lungo corso e ha intuito rapidamente di doversi distanziare, almeno in parte, dal suo predecessore Barroso, che pure proviene dalla stessa famiglia politica. Per questo ha sempre criticato – non troppo duramente – le politiche di austerità, e si è alleato con il gruppo dei Socialisti al Parlamento – mossa obbligata per avere una maggioranza stabile – sulla base di un programma che prevedesse misure rivolte ala crescita e agli investimenti. In meno di un anno è riuscito a ottenere l’approvazione del Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici, noto come EFSI dalla sigla inglese o più semplicemente come Piano Juncker. Un budget di 16 miliardi di euro presi dal bilancio europeo e dalla Banca Europea degli Investimenti per arrivare a mobilitarne fino a 300 nei prossimi tre anni. Per fare? Infrastrutture, grandi e medi progetti, crescita.

Per adesso, il fondo è stato costituito e sta iniziando a operare. Crescita per fare felice l’ala sinistra, integrazione dei mercati e commercio per accontentare quella destra: unione energetica e mercato unico digitale sono entrati in cantiere da subito, mentre le negoziazioni per il TTIP, l’accordo commerciale con gli Stati Uniti, stanno procedendo, anche se abbastanza a rilento. Completano il quadro la semplificazione burocratica affidata al Vice – Presidente Timmermans, che finora ha significato un minore carico di lavoro per il Parlamento, con qualche lamentela, e la riforma del governo economico dell’area euro, con la proposta dei cinque presidenti pubblicata a giugno (oltre a Juncker, Tusk – Consiglio Europeo, Dragi – BCE, Dijsselbloem – Eurogruppo, Schulz – Parlamento Europeo).

Le crisi

Quasi tutti i temi appena citati sono stati oscurati da due crisi: la Grecia e l’emergenza migranti. Juncker ha preso una posizione forte in entrambi i casi, lavorando per tenere la Grecia all’interno dell’area euro e per migliorare il sistema di distribuzione dei richiedenti asilo. Si tratta però di temi molto sensibili per gli Stati membri, che devono rendere conto a opinioni pubbliche con percezioni e idee assai diverse. Anche per questo, la buona volontà della Commissione si è finora sempre scontrata con le divisioni e i lunghi dibattiti del Consiglio, con il risultato che il lavoro di Juncker ha faticato ad emergere.

Lo scandalo

Non si può inaugurare un’avventura politica senza uno scandalo, meglio se fiscale. Il Luxleaks, inchiesta rilasciata il 5 novembre da un consorzio di giornalisti investigativi, ha rivelato le pratiche fiscali di favore che decine di imprese multinazionali sono riuscite a ottenere attraverso i servizi di società di consulenza basate in Lussemburgo, e attraverso le legislazione fiscale lussemburghese. Primi ministro per 18 anni, ministro del tesoro per 4 e ministro delle finanze per 20, Juncker è riuscito comunque a cavarsela, annunciando un’investigazione da parte della Commissione Europea. Un primo giudizio da parte della Commissione sugli accordi fiscali di Fiat e Starbucks in Olanda e Lusemburgo è arrivato la settimana scorsa, e altri seguiranno presto.

Gli schiaffi

Juncker è famoso per il suo stile informale: durante un summit in Lettonia, nel maggio 2015, il presidente ha accolto diversi leader europei con pacche sulle spalle e qualche schiaffo decisamente robusto. Ma soprattutto, ha dato il benvenuto al premier ungherese Viktor Orbán così: “Hello Dictator!”.

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L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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