venerdì , 14 dicembre 2018
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Merkel e le lezioni che non può più dare

Solo pochi giorni fa, il Cancelliere Angela Merkel è tornata a premere su Francia e Italia, affermando che le riforme messe in campo sinora “non sono sufficienti” anche in seguito al rinvio a marzo prossimo del giudizio sulle manovre francese e italiana da parte della Commissione Europea. Si ripropone lo scenario in cui la Germania, dall’alto delle sue performance economiche e delle riforme avviate per tempo, indica la via da seguire (o dà lezioni non richieste), mentre i Paesi del Sud Europa acconsentono, forzati dalla crisi, e devono fronteggiare le conseguenze sociali delle politiche di austerità.

Eppure è venuto meno un fattore che rendeva politicamente sostenibile tutto questo: la Germania non cresce più e ha persino ingranato la retromarcia per quanto riguarda le riforme. Berlino ha un serio problema di crescita: mentre nei primi anni della crisi la Germania aveva tenuto ritmi di crescita impensabili per i partner europei, oggi il PIL tedesco è sostanzialmente fermo, con una contrazione dello 0,1% nel secondo trimestre 2014 e un misero aumento dello 0,1% nel terzo. Alla fine, la crisi dell’eurozona ha colpito anche la “locomotiva tedesca”. Difficile ergersi a modello virtuoso con questo andamento deludente.

Se l’economia tedesca sta probabilmente soffrendo della crisi generale dell’area euro e del deterioramento dei rapporti geopolitici con la Russia, a preoccupare è soprattutto la direzione intrapresa dal governo di grande coalizione. Quanto è credibile un Cancelliere che intima ai partner di andare avanti con riforme socialmente complesse, quando il suo governo abbassa l’età pensionabile e introduce un salario minimo federale?

Sono queste, infatti, le principali mosse di politica economica attuate sinora dal terzo governo Merkel. A maggio, il Bundestag ha approvato significativi cambiamenti al regime pensionistico, prevedendo che chi abbia lavorato per 45 anni possa ottenere una pensione piena già a 63 anni. Non sarà però possibile richiedere, come accadeva in precedenza, dei sussidi a 61 anni per poi ritirarsi con pensione piena due anni dopo. I cambiamenti arrivano dopo che un precedente governo Merkel aveva invece innalzato l’età pensionabile a 67 anni, come poi accaduto in altri Paesi europei.

L’altra scelta del governo è stata quella di introdurre a luglio, per la prima volta nella storia tedesca, un salario minimo federale di 8,50 euro all’ora, su pressione della SPD, junior partner della coalizione. Nonostante molti in Germania abbiano sostenuto che questa misura avrebbe ridotto i posti di lavoro, la scelta è stata accolta con favore a livello europeo, come una prima mossa verso l’aumento dei consumi interni.

Questo e poco altro, per consumi e investimenti in Germania: nonostante tassi d’interesse ai minimi storici, la Germania non investe come dovrebbe e rimane salda nel suo obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2015, quando invece sarebbe il Paese europeo con maggior spazio di manovra per tentare di rimediare alla carestia di investimenti di cui soffre l’Europa. Anche la Germania è però vittima di questo gap: da più parti infatti è stato lanciato l’allarme per un sistema infrastrutturale che necessiterebbe di ingenti interventi.

Il salario minimo dovrebbe favorire i consumi, si diceva, ma questi vengono frenati da un costo in grande ascesa per le famiglie e le imprese tedesche, ossia la bolletta elettrica. Il risultato dell’Energiewende, la transizione energetica che sussidia la produzione delle rinnovabili e porterà alla chiusura delle centrali nucleari entro il 2022, è una crescita della bolletta che oggi pesa per il 40-50% in più rispetto alla media europea. Un freno consistente a ogni politica espansiva. La Germania anche in questo campo si pone come modello, come dimostra la recente approvazione di un nuovo pacchetto di misure per limitare le emissioni di CO2 del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020.

Cosa succede allora al modello tedesco? La parziale marcia indietro sulla competitività e il rigore dei conti, incarnata dalle riforme di pensioni e salario minimo, associate alla manovra energetica, farebbe pensare a una Germania davvero rinnovata, come si auspicavano i fautori della grande coalizione prima delle elezioni di un anno fa. In realtà, laddove conterebbe davvero per la ripresa dell’eurozona e dei Paesi soffocati dalla crisi, la posizione tedesca è rimasta rigidamente immutata. Il gioco però non può durare a lungo: ci saranno sempre più organizzazioni internazionali, istituzioni europee e governi nazionali a denunciare le contraddizioni di Berlino.

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L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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