mercoledì , 21 novembre 2018
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Raif Badawi
Una manifestazione a favore della liberazione di Raif Badawi a Helsinki © Amnesty Finland - www.flickr.com, 2015

Premio Sakharov 2015: vince il blogger Raif Badawi

Il Parlamento Europeo ha nominato il blogger saudita Raif Badawi vincitore del premio Sakharov 2015, un riconoscimento conferito annualmente dai leader europei a singoli o gruppi di persone che si sono distinti e hanno lottato per la libertà di pensiero. La cerimonia di conferimento del premio avrà luogo il 16 dicembre e il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, ha chiesto al re saudita di concedere la grazia a Badawi, di ordinare l’interruzione della pena detentiva e corporale e di permettergli di partecipare alla cerimonia di premiazione.

La moglie, Eusaf Haidar, vive in Canada, dove ha trovato asilo politico con i loro tre figli e ha espresso molta gratitudine verso le istituzioni europee; ha tuttavia fatto sapere che proprio in questi giorni il governo saudita ha dato l’assenso per le ulteriori frustate che Badawi deve ancora scontare.

Chi è Raif Badawi

Il nome di Raif Badawi è noto alla comunità internazionale già da qualche anno, in particolare da quando Amnesty International, prendendo a cuore la sua causa, ha iniziato una compagna di sensibilizzazione nei suoi confronti. Badawi oggi sta scontando una pena di 10 anni di carcere inflitta nel 2012 per aver insultato i valori dell’Islam più radicale tramite il suo sito web, Free Saudi Liberals, nel quale, più che insultare, invitava ad una riflessione critica e ad un dibattito laico sul ruolo sociale e politico della religione islamica in Arabia Saudita.

L’organizzazione del Paese, considerato tradizionalmente la culla dell’Islam (viene anche indicato con il nome arabo di “terra delle due moschee”, le più sacre, quelle di Mecca e di Medina), è infatti improntata ai principi del wahhabismo, quella forma rigida di Islam sunnita che si caratterizza per un’interpretazione letterale del Corano a cui si conformano non solo gli usi sociali, ma la stessa politica e amministrazione della giustizia. In questo Stato non esiste libertà religiosa e si punisce con la pena di morte il reato di apostasia: si tratta a tutti gli effetti di uno Stato teocratico.

1000 frustate per la libertà

Proprio per il reato di apostasia Badawi fu arrestato nel 2012 e condannato a 10 anni di carcere, 1000 frustate e una multa molto salata pari a 266.000 dollari. Nel gennaio 2015 ha ricevuto pubblicamente una prima sessione di 50 frustate a Gedda, di fronte alla moschea di Al-Jafali, mentre le altre sessioni sono state interrotte in parte per motivi di salute e in parte per le proteste della comunità internazionale. Il Parlamento Europeo in una risoluzione di febbraio condannava le fustigazioni a cui era stato sottoposto Badawi e lo definiva “prigioniero di coscienza”.

Quello europeo non è l’unico riconoscimento del blogger, che a settembre ha anche conseguito il Pen Pinter Prize. Nello stesso mese in Italia è stato pubblicato “1000 fustate per la libertà”, antologia di interventi online di Badawi su vari temi: estremismo islamico, ruolo della donna nell’Islam, primavera araba, rapporto con l’Occidente. Badawi si dichiara apertamente musulmano, ma ritiene che la secolarizzazione dello Stato sia fondamentale per la tutela dei diritti umani, in primis quello della libertà di pensiero e religiosa, tutt’oggi di fatto negata in Arabia: “gli Stati legittimati dalla religione tengono rinchiusi i loro popoli nel cerchio angusto della fede e della paura”, scrive Badawi.

Certamente l’elezione di questo candidato risente del clima che aleggia in Europa dagli attentati di Charlie Hebdo, ma non deve essere frainteso: non è certo criticando con violenza o negli stessi termini estremisti la cultura e la religione islamica, anche nelle forme fanatiche che essa può assumere, che si riuscirà a sconfiggere il terrorismo. Al contrario l’elezione di Badawi deve far riflettere sul fatto che solo il dialogo e il dibattito libero, aperto e rispettoso può condurre alla libertà e alla pace.

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L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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