lunedì , 24 settembre 2018
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Nicolae Ceausescu in una foto del 1976 © Ion Chibzii - www.flickr.com, 2014

Romania, declassificati atti sulle prigioni comuniste

Dopo decenni di silenzio nel tentativo di dimenticare una triste pagina della propria storia, negli ultimi anni anche la Romania ha dovuto fare i conti con il suo passato e finalmente il governo ha scelto di declassificare alcuni documenti scottanti sul regime comunista. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il Paese aveva infatti subito un regime sempre più restrittivo da parte di partiti comunisti più o meno allineati con il blocco sovietico. Nel 1965 era salito al governo Nicolae Ceausescu, che aveva instaurato uno Stato di polizia, con misure politiche restrittive che avevano portato arretratezza e povertà.

Il malcontento popolare era aumentato con l’intensificazione del controllo, quasi maniacale, sulla popolazione in tutti gli ambiti della vita privata e, nel dicembre 1989, il governo era infine crollato con la condanna a morte del leader e della moglie.

Le prigioni dimenticate

Al di là di questa esecuzione, tuttavia, le rivendicazioni e le proteste delle vittime di quegli anni erano state messe a tacere dal nuovo Presidente Ion Iliescu, anche lui membro del Fronte di Salvezza Nazionale, che di fatto aveva “traghettato” il Paese verso un governo più liberale e aperto, ma che naturalmente non aveva interesse a veder rivangate le questioni politiche precedenti, tanto meno la ricerca dei responsabili delle ingiustizie perpetrate dal regime.

In particolare, è stata tacitata, fin agli anni più recenti, la richiesta di chiarimenti in merito a uno dei risvolti più inquietanti del regime. Fin dal termine della Seconda guerra mondiale, con il rafforzamento del partito sotto l’appoggio dell’URSS, erano aumentati in maniera esponenziale gli arresti politici indiscriminati, che avevano ben presto alimentato campi di lavoro sul modello dei Gulag sovietici.

La prigione di Pitesti, in particolare, sarebbe diventata, secondo studiosi e attivisti, epicentro di una serie di esperimenti psico-fisici di tortura e di abuso che poco si discostano dai metodi nazisti. Le stime, naturalmente non ufficiali, variano notevolmente, indicando tra i 130 e i 200 campi e tra gli 800.000 e i 2.000.000 di detenuti.

Nuovi processi

Solo negli ultimi anni, dopo il ritiro del Presidente Iliescu, la Romania ha cominciato a tentare di far luce sugli aspetti più inquietanti del regime comunista. Nel 2013, per la prima volta, è stato intentato un processo contro i leader dei campi romeni: i nomi più rilevanti sono quelli di Ion Ficior, che sarebbe stato responsabile di più di 100 morti in un campo di detenzione, e di Alexandru Visinescu, accusato di crimini contro l’umanità e sotto il cui comando, tra il 1956 e il 1963, ci sarebbero state almeno 12 vittime e molti casi di tortura.

In tutto, sono 35 i comandanti accusati dal 2013 ad oggi per le loro azioni durante il regime comunista in Romania. Tutti loro, Ficior e Visinescu compresi, negano qualsiasi accusa, sostenendo di aver agito solamente obbedendo agli ordini, un metodo di apologia a cui si è già assistito nelle varie “Norimberga” naziste. Il problema, fino a ieri, era il fatto che non esisteva, o meglio non era a disposizione del pubblico ministero, alcun documento relativo ai luoghi di reclusione, che erano stati secretati e classificati fin dalla caduta del regime.

La declassificazione degli atti

Mercoledì 29 aprile è stato invece compiuto un nuovo passo avanti: la Romania ha “declassificato”, ovvero messo a disposizione pubblica e dei tribunali, i documenti segreti relativi a tutte le prigioni coinvolte negli “esperimenti” sui prigionieri politici. L’esecutivo ha motivato il processo sostenendo che l’operazione è ed era “necessaria per risolvere procedimenti giudiziari in corso” con chiaro riferimento all’accusa a Visinescu, la più recente (settembre 2014).

Si tratta sicuramente di un importante passo in avanti. Dopo la dichiarazione della Francia a inizio aprile, che ha declassificato i suoi documenti in merito al genocidio in Rwanda, e le dispute tra la Turchia e l’Europa, in particolare la Chiesa, in merito al genocidio armeno, sembra sempre più pressante per ogni Stato svelare gli scheletri nell’armadio, prima che le situazioni si facciano calde.

La necessità di trasparenza e di responsabilità è un tema sempre più sentito e richiesto dalla popolazione, ma anche e soprattutto dalla comunità europea e internazionale. È sempre più importante per gli Stati che aspirano ad un riconoscimento al di fuori dei propri confini non avere questioni in sospeso. Fare una giusta pulizia dei risvolti oscuri del proprio passato è il primo passo per partecipare senza remore al futuro dell’Unione Europea.

L' Autore - Giulia Corino

Laureata triennale, sto proseguendo gli studi magistrali in Lettere Moderne e alla Scuola di Studi Superiori dell'Università di Torino. Sono appassionata di storia e culture del mondo antico e moderno.

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2 comments

  1. bello questo articolo,peccato che il regime comunista ci sia ancora in romania,vedi la condanna della banca transilvania,gli operai in carcere,e i veri ladri fuori/ liberi. e lo stato che corrompe i cittadini per informazioni. e chi era all estero da anni per lavoro,con metodi a dir poco comunisti,cercavano di corrompere.da poco o fatto aprire un inchiesta,perchè anno violato anche la mia praivacy,come cittadino europeo,chiedero i danni.premetto che non sono rumeno.

  2. Bellissimo questo articolo, sono cittadino rumeno, ed e uno dei pochi in qui l’autore si e documentato davvero bene. Complimenti

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