Il genocidio, tra negazione e ricordo
Di genocidio si è trattato. Lo conferma il fatto che dopo il massacro le fosse comuni sono state nascoste, a volte addirittura spostate per non rischiare fossero scoperte. Un lavoro meticoloso e ben pianificato. A stabilire che a Srebrenica è stato compiuto un genocidio ai danni dei musulmani bosniaci lo ha riconosciuto anche il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia nell’agosto del 2001.
Se da una parte troviamo il non voler accettare ciò che è stato, dall’altra c’è la tentazione di sfruttare il risentimento per meri scopi politici. E così, ogni 11 luglio va in scena una grande rappresentazione, in cui politici di spicco si recano al mausoleo di Potočari, e poi a Srebrenica, dichiarando vicinanza ai sopravvissuti e condividendo il dolore di chi ancora non ha ritrovato le spoglie dei propri cari.
Cosa resta di Srebrenica
La cittadina prima della guerra era fra le principali mete turistiche della Jugoslavia, con terme rinomate e alberghi di lusso. Eppure, nonostante i flusso di fondi arrivati soprattutto dall’Olanda, oggi l’economia di Srebrenica non è mai ripartita e i giovani sono costretti a lasciare la propria cittadina per Sarajevo o Tuzla. Srebrenica sembra non poter avere un futuro, intrappolata nel suo passato, meta di pellegrinaggi ogni 11 luglio. Se davvero si desse peso alle parole “mai più”, allora in Bosnia si lavorerebbe da tempo a una difficoltosa riconciliazione. Oggi invece i politici bosniaci sfruttano ferite non rimarginate per incendiare gli animi e assicurarsi consensi.
La geopolitica della riconciliazione
Intanto, la comunità internazionale lavora alla riconciliazione. Il Regno Unito da tempo lavora a una risoluzione sul genocidio di Srebrenica da presentare al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La bozza è stata presentata ai governi bosniaco e serbo. Le reazioni non sono state quelle auspicate: il Primo Ministro serbo ha rifiutato la bozza, mentre il governo bosniaco ha sfruttato ancora una volta Srebrenica per scopi politici, fomentando il sentimento di ostilità e il desiderio di rivalsa.
Nel frattempo, Belgrado ha cercato l’appoggio russo e Mosca non ha deluso le aspettative serbe: lo scorso mercoledì Mosca ha usato il proprio veto affermando che il documento avrebbe provocato solo ulteriori tensioni nei Balcani. Appena avuta la notizia il presidente serbo Tomislav Nikolic ha dichiarato “questo è un grande giorno per i serbi, non solo perché si è impedito di macchiare l’intera nazione serba con la parola genocidio, ma soprattutto perché oggi la Russia ha dimostrato di essere un vero e onesto amico”.
La risoluzione ONU non è l’unico motivo di tensione, infatti alcune settimane fa era stato arrestato in Svizzera, su mandato serbo, Naser Orić. Orić, che all’epoca della guerra in Bosnia era un ufficiale dell’esercito bosniaco a Srebrenica, oggi è considerato in patria un eroe e in Serbia un criminale. Avuto notizia dell’arresto, la Bosnia ha immediatamente chiesto fosse rimpatriato, minacciando in caso contrario di annullare la manifestazione per l’anniversario del massacro di Srebrenica.
L’uomo è poi stato rimpatriato e si è così scongiurato l’annullamento della cerimonia, ma si sono aperte nuove discussioni: il premier serbo Vucić ha detto che si recherà a Srebrenica “solo se il governo bosniaco lo vorrà come ospite”, mentre un gruppo di studenti di Belgrado ha raccolto 700 firme per convincere il politico a non recarsi in Bosnia perché “il genocidio è stato inventato per impedire la riconciliazione”.
Una riconciliazione (im)possibile?
A vent’anni dalla guerra, in Bosnia le tre popolazioni vivono ancora un’esistenza separata evitando il più possibile ogni contatto. Addirittura i bambini a scuola sono divisi in classi a seconda della nazionalità e hanno orari diversi, in modo da non poter socializzare fra loro. Proprio l’educazione, che dovrebbe essere la base per una futura riconciliazione, è il principale ostacolo.
Le piccole associazioni locali spesso fanno la differenza, creano programmi e centri ricreativi per permettere ai bambini di conoscersi e cancellare la paura dell’altro. Anche in Serbia ci sono piccoli segnali che fanno ben sperare, come la manifestazione “7000 per Srebrenica” organizzata dal giornalista serbo Dušan Mašić, che con altre 699 persone l’11 luglio si sdraierà di fronte al parlamento serbo a memoria del genocidio. Ma le piccole e poche associazioni di volontariato non possono avere lo stesso ruolo che dovrebbe avere il governo.
Srebrenica potrebbe diventare il simbolo della riconciliazione, l’inizio di una nuova convivenza. Srebrenica, una volta ricca città termale, poi teatro di terribili violenze, ha bisogno di un futuro. Per riuscirci è necessario abbandonare le retoriche e, soprattutto, dimostrare coraggio da entrambe le parti. È più facile ribadire la propria verità, piuttosto che accettare il passato per non ripeterne più gli errori. Scrivere una memoria condivisa, permetterebbe di avere un futuro comune.
Oggi nei Balcani sembrano mancare i due elementi essenziali: leader coraggiosi, pronti a compiere scelte scomode, e una forte volontà da parte della società di sanare le vecchie ferite. È un percorso faticoso, doloroso e pieno di difficoltà, eppure necessario.
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