giovedì , 13 dicembre 2018
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Photo © Greg Adams - 2014, www.flickr.com

Libia: violenze e abusi nei centri di detenzione

“La prima cosa che le donne evacuate dalla Libia chiedono quando arrivano all’aeroporto di Niamey non è un bicchiere d’acqua. È un test per l’HIV.”

Ha dipinto così la situazione di violenze e abusi nei centri di detenzione in Libia l’inviato speciale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) per il Mediterraneo Centrale Vincent Cochetel, nel corso dell’incontro con i media e i rappresentanti delle organizzazioni non governative svoltosi giovedì scorso a Bruxelles.

La situazione nei centri di detenzione

La cooperazione con le autorità libiche sui rifugiati è da sempre estremamente complessa. Tutti coloro che arrivano in Libia senza un’autorizzazione valida sono considerate “migranti illegali” e vengono rinchiuse nei centri di detenzione, a prescindere dal loro bisogno di protezione.

Dall’inizio del 2018, la guardia costiera libica ha sbarcato 2.856 rifugiati e migranti in Libia. Questo dato rappresenta un aumento significativo rispetto al numero di persone riportate indietro negli ultimi due mesi dello scorso anno (1.954). L’UNHCR fornisce assistenza nei punti di sbarco, ma le condizioni nei centri di detenzione dove vengono trasferite le persone sbarcate sono quantomai incerte.

Lo status dei rifugiati in Libia

La Libia, che non è parte della Convenzione di Ginevra del 1951, consente alle Agenzie ONU di lavorare soltanto con individui appartenenti a sette nazionalità e gruppi considerati “provenienti da paesi che producono rifugiati”: Etiopi della regione Oromia, Eritrei, Iracheni, Somali, Siriani, Palestinesi e Sudanesi provenienti dal Darfur. In via ufficiale, l’UNHCR può lavorare soltanto con questi soggetti ben definiti, mentre è più difficile portare aiuto ai rifugiati di altra nazionalità.

Secondo quanto riportato da Cochetel a Bruxelles, non vi sono ancora garanzie di accesso in tutti centri in cui vengono detenuti i migranti. Il personale ONU deve essere autorizzato per ogni ingresso e mancano le garanzie di rispetto della confidenzialità necessarie a intervistare le persone detenute e a stabilire quali di esse necessitano protezione.

L’assenza di soluzioni durevoli

L’assenza di un meccanismo efficace per individuare il bisogno di protezione delle persone detenute in Libia è ancora più preoccupante di fronte alla mancanza di soluzioni durevoli per i migranti e i rifugiati che si trovano nel paese. Dal novembre scorso, più di 10mila migranti sono stati rimpatriati con il supporto dell’Unione Europea, dell’Unione Africana e del governo libico nell’ambito di un programma di rimpatri volontari. Tuttavia, concentrare gli sforzi sui rimpatri sembra non essere una maniera efficace di dare aiuto ai migranti.

Secondo Cochetel, le persone rimpatriate dalla Libia in Mali tramite i cosiddetti “rimpatri volontari” dopo due settimane richiedono asilo in Mauritania. “Questo genere di protezione per noi non funziona”, ha spiegato l’inviato ONU. “Dobbiamo assicurarci che i rimpatri siano davvero volontari e questo non è possibile in un contesto come quello della Libia”.

In stallo l’evacuazione verso il Niger

In termini di reinsediamenti, il numero di posti offerti dagli Stati Membri dell’Unione Europea non è sufficiente per tenere in piedi un sistema di evacuazione efficace. Mentre nello scorso anno migliaia di persone sono state rilasciate dai centri di detenzione con il contributo dell’UNHCR, negli ultimi mesi le autorità libiche hanno richiesto la garanzia che tutte le persone liberate vengano evacuate al di fuori del paese.

Il Niger aveva accettato di accogliere in via temporanea le persone rilasciate dai centri di detenzione in Libia, alla condizione che sarebbero state ricollocate in Europa. Tuttavia, il governo di Niamey ha sospeso in programma lanciato lo scorso novembre grazie a uno sforzo congiunto di Unione Europea, Unione Africana e Nazioni Unite: delle circa mille persone evacuate in Niger dalla Libia, solo il 55 percento sono state reinsediate in Europa.

È soltanto l’inizio

La situazione è precaria anche nei paesi di passaggio nella rotta verso la Libia. Nella maggior parte, vi sono scarse possibilità di accoglienza per i migranti e mancano del tutto alternative credibili che permetterebbero loro di non proseguire il viaggio verso la Libia, dove corrono il rischio di essere sottoposti a violenze e violazioni dei diritti umani. E quando i migranti e rifugiati arrivano in Libia, nella maggior parte dei casi “è troppo tardi per aiutarli”, ha concluso Cochetel.

Quella che stiamo affrontando non è una sfida a breve termine: le cause principali delle migrazioni forzate permangono ancora. Non solo non vi è alcuna prova certa di una diminuzione degli arrivi di migranti in Libia, ma nel paese vi sono anche mezzo milione di libici sfollati, bisognosi di assistenza. Se non si trova una soluzione anche per loro, potrebbero cercare soluzione altrove, fuori dalla Libia, verso nord.

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L' Autore - Silvia Carta

Laureata in Diritti Umani con una tesi di laurea sui canali di accesso legali per i rifugiati nell'Unione Europea. Ho trascorso periodi di studio in Francia e Germania, dove si è rafforzato il mio interesse per le tematiche europee. Adesso vivo a Brussels, dove lavoro nel campo del diritto di asilo e delle migrazioni. Quando posso faccio ritorno in Sardegna, che ho la fortuna di chiamare casa.

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