La battaglia della Marna, o meglio, la prima battaglia della Marna, svoltasi in sette giorni, secondo molti storici costituisce l’ultima grande battaglia svoltasi secondo le modalità tecniche e gli schemi strategici tipici delle guerre ottocentesche. Di lì a poco infatti, a Ypres, per la prima volta in maniera sistematica dopo la guerra di Crimea, si sarebbe fatto uso delle armi chimiche e la guerra si sarebbe trasformata rapidamente sia sul fronte orientale che su quello occidentale, in una guerra di posizione e di trincea.
Ciò che emerge dalle trattazioni in tema è un affresco da cui emergono grandi individualità su entrambi i fronti, ma ciò che ispira più riflessioni è il numero impressionante di uomini déployé, deployed, zum Einsazt kommen, in breve “mobilitato” (nelle tre lingue ufficiali delle nazioni coinvolte). Centinaia di migliaia di uomini concentrati in un area geografica sostanzialmente limitata come quella compresa tra le paludi di Gond, il fiume Marna, Ourq, Aisne, Mosella, Grand e Petit Morin. A un soffio da Parigi, difesa coraggiosamente dal generale Gallieni.
Si potrebbero descrivere questi giorni di lotta e quelli che li hanno preceduti come un fenomeno fisico di azione e di reazione. All’indomani della battaglia delle frontiere, il Kaiser asburgico Franz Joseph si rallegrava che al trentacinquesimo giorno di conflitto il suo esercito e quello prussiano stessero assediando Reims, a 50 km da Parigi. Secondo quanto programmato già nel 1905 dal generale Schlieffen nella sua ben nota “manovra a tenaglia”, era quello il momento ideale per calare su Parigi, approfittando dell’insufficienza dei mezzi e della disorganizzazione dei russi ad est (i tedeschi erano impegnati su due fronti, contemporaneamente, situazione che probabilmente sarà loro fatale), per poter così concludere la guerra entro 40 giorni.
Il Capo di Stato Maggiore dell’esercito tedesco, generale Von Moltke, tuttavia, si era accorto che il nemico era riuscito ad evitare “l’attacco avvolgente della prima e seconda armata”. L’accerchiamento del nemico previsto da Schlieffen non si era compiuto. Nei piani, mentre la prima e la seconda armata erano sulla difensiva fuori Parigi, la terza doveva avanzare lungo l’alto corso della Senna, la quarta e la quinta attaccare verso sud-est e la sesta e la settima dovevano attraversare la Mosella.
I francesi avevano indovinato la contromossa. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Francese, Generale Joseph Joffre, il 4 settembre aveva emanato le “indicazioni generali n.6” con cui elaborava una strategia per trarre vantaggio dalla posizione della prima e della seconda armata: la quinta e la nona armata dovevano avanzare combattendo, dirette a Nord, mentre la sesta armata doveva attraversare l’Ourq per accerchiare il nemico.
Il primo tra i tedeschi ad accorgersi che il rischio era quello di cadere in un francesissimo “cul de sac” fu il generale von Gronau, a capo del corpo d’armata tedesco che inizialmente doveva avere compiti di riserva, a decidere di attaccare la 55^ e 56^ divisione francesi, comandate dal generale Manaoury. Il 6 e il 7 settembre la situazione sembrava essere in una fase di stallo nei pressi delle paludi di Gond. I francesi e gli inglesi che, galvanizzati dall’interruzione dalla ritirata prolungata, si distinsero per atti di eroismo, come quello del tenente La Cornellière, e respinsero la controffensiva tedesca.
L’8 settembre il generale Foch, a capo della IX^ armata francese, pronunciò il celebre discorso: “Il centro cede terreno, la destra si ritira, la situazione è eccellente. Io attacco”. I giorni seguenti la situazione per i tedeschi precipitò e l’attacco su Parigi iniziò a sembrare ormai soltanto un miraggio. Il 12 settembre tutta la prospettiva di una guerra lampo diventava lentamente soltanto un miraggio.
Photo © “French soldiers ditch 1914” di Agence Rol – Bibliothèque nationale de France, Wikimedia Commons
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