mercoledì , 21 novembre 2018
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Photo @ Atletica Live, 2015, www.flickr.com

Rio 2016: la (poca) Russia e l’ombra del doping

Con la consueta cerimonia di chiusura svoltasi domenica scorsa, si è chiuso ufficialmente il sipario sull’edizione numero trentuno dei Giochi Olimpici. Come sempre accade, l’evento sportivo più completo al mondo ha attira a sé l’attenzione mediatica mondiale e acceso il dibattito su numerosi aspetti, più o meno direttamente connessi con lo sport. Uno dei temi caldi di quest’anno, e che ha riguardato da vicino anche l’Italia con la complessa vicenda del marciatore Alex Schwazer, è il doping.

Poca Russia

L’ombra del doping è infatti calata sulla competizione sportiva mondiale e ha pesantemente influito sulla presenza russa ai Giochi del 2016. La delegazione presente a Rio de Janeiro è stata, di fatto, ridotta di circa un terzo rispetto a quella originariamente prevista: gli atleti russi che hanno partecipato ai Giochi e che hanno sfilato durante la cerimonia di apertura, capeggiati dal capitano della squadra maschile di pallavolo Sergey Tetyukhin, sono stati 271 contro i 389 previsti inizialmente.

La vicenda che ha portato a questa riduzione risale a qualche anno fa, quando Grigory Rodchenkov, ex direttore dei laboratori russi adibiti ai controlli antidoping, aveva rivelato in un’intervista al New York Times l’esistenza di un programma di dopaggio per i propri atleti. Tale programma era stato messo in atto durante le Olimpiadi invernali di Sochi del 2014: l’intenzione era quella di sfruttare la posizione privilegiata di nazione ospitante i Giochi per aggirare i controlli.

Le indagini

A partire da queste dichiarazioni, l’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) aveva dato inizio a una vasta indagine, che ha portato alla luce uno strutturato sistema di doping, tenutosi in piedi, peraltro, con la complicità dei servizi segreti e del Ministero dello Sport. Questo sistema aveva dato i suoi frutti in particolar modo in occasione dei Giochi olimpici invernali del 2014, ma aveva coinvolto anche i mondiali di atletica di Mosca 2013 e quelli di nuoto tenutisi a Kazan nel 2015.

Le indagini hanno rivelato un’estensione del sistema di doping in Russia talmente ampia da poter parlare senza mezzi termini di “doping di Stato”. A seguito di queste evidenze, mentre in un primo momento si era parlato di bandire totalmente la Russia dalla competizione, il Comitato Olimpico Internazionale ha optato poi per una maggiore flessibilità, rimandando le decisioni alle singole federazioni internazionali.

Flessibilità

Questa scelta è stata espressamente motivata dalle parole del Presidente del CIO Thomas Bach, che ha spiegato che la decisione è stata «guidata dal principio fondamentale della Carta Olimpica che protegge gli atleti puliti e l’integrità dello sport. Bisogna comunque distinguere tra responsabilità collettive e individuali». In questo modo è stata scongiurata la totale assenza di atleti russi ai Giochi, che avrebbe ricordato il boicottaggio sovietico alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984. La situazione è però paradossalmente divenuta ancora più complessa.

Per la delegazione russa è stata prevista infatti da una parte l’esclusione totale nel settore dell’atletica leggera – la disciplina più fortemente coinvolta nello scandalo doping – dall’altra parte il Comitato olimpico internazionale lascia le singole decisioni in capo alle Federazioni. Peculiare è il caso di Darya Klishina, unica partecipante russa ai giochi nel settore dell’atletica leggera. La Klishina è stata ritenuta estranea al sistema sportivo russo in virtù del fatto che si allena da anni in Florida (motivo per cui è stata, tra l’altro, più volte accusata dalla madrepatria di tradimento).

Mentre il CIO lascia un discreto spazio di manovra alle singole Federazioni sportive internazionali, allo stesso tempo vieta la partecipazione ad atleti che in passato hanno ricevuto condanne per doping, anche se queste ultime sono state totalmente scontate. La conseguenza di ciò è stata l’esclusione dai Giochi della mezzofondista russa Yulia Stepanov: seppure precedentemente squalificata per doping tra il 2013 e il 2015, la Stepanov è stata, grazie alle sue dichiarazioni, una delle responsabili dell’avvio dell’inchiesta WADA. Per tale ragione il CIO le ha espresso il «suo apprezzamento per la lotta contro il doping e per l’integrità dello sport», ma le ha di fatto vietato la partecipazione nelle vesti di atleta, partecipazione a favore della quale si era invece espressa l’Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera (IAAF) adducendo come motivazione «l’eccezionale contributo allo sport» dato dalla mezzofondista.

Con la fine delle Olimpiadi non si è quindi esaurita la vicenda doping. Si apre invece una nuova fase, con cui si spera di arginare una piaga che, come le indagini sul possibile scambio di urine, non era stata ancora estirpata in modo sufficientemente sicuro. Questa nuova fase partirà da subito. L’Agenzia mondiale antidoping, su esplicita chiesta del CIO, convocherà per il 2017 una conferenza mondiale straordinaria sul tema.

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L' Autore - Francesca Grossi

Laureata magistrale in Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Roma Tre. Attualmente sto conseguendo un Master di II livello con focus specifico sull'Unione Europea presso l'Università LUISS Guido Carli. L'attenzione per la politica internazionale ed europea si lega in modo imprescindibile con l'interesse per l'informazione, di cui mi nutro in maniera quasi ossessiva.Felice, quindi, di poter coniugare queste mie passioni grazie all'occasione che mi è stata concessa da Europae.

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