giovedì , 16 agosto 2018
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Il Baltic Dry Index, cos’è e perché guardarlo

Ogni giorno al porto di Singapore vengono caricate decine di grandi navi porta-container: navi che percorrono il pericoloso stretto di Malacca, attraversano l’Oceano Indiano, passano al largo delle coste somale, risalgono il Mar Rosso e attraversano, in ordinata fila, il canale di Suez, per entrare nel Mediterraneo e dirigersi infine verso i porti europei, Anversa, Genova, Marsiglia, Rotterdam.

Prima ancora che la nave salpi però, un mediatore marittimo, in inglese shipbroker, telefona alle compagnie di navigazione e chiede quanto costa trasportare un determinato carico, verso una determinata destinazione. Se il prezzo è buono, conclude l’accordo e prenota la spedizione. Alcuni di questi mediatori, attivi sulle rotte più importanti, non hanno davvero un cliente che intende spedire merci attraverso gli oceani. Lavorano per la Baltic Exchange, sede a Londra, storia che risale a un vecchio ufficio di commercio aperto nel 1744 in Threadneedle Street con il nome di Virginia and Baltik, perché dal Baltico arrivavano gli armatori. Il mediatore segna il prezzo che gli viene comunicato dalla compagnia di navigazione, per un carico di materie prime. Lo fanno in tanti, sparsi nel mondo, e tutti inviano il loro dato alla Baltic Exchange, che elabora in questo modo il Baltic Dry Index.

Baltic, anche se non ha nulla a che fare con il Mar Baltico: si trattano rotte e spedizioni in tutto il mondo. Dry, questo è banale, perché le materie trattate sono, letteralmente, secche. Niente cibo o prodotti composti: solo materie prime, dal carbone al grano al petrolio. Index, perché è un indice, consultabile sui principali siti finanziari del mondo, aggiornato ogni giorno dell’anno. Per l’esattezza, un indice che misura il costo di spedizione delle materie prime nel mondo, calcolato su venti rotte molto trafficate.

Dunque, il Baltic Dry Index mette a confronto domanda (le materie prime da spedire) e offerta (la flotta di navi mercantili) delle spedizioni navali. Ma perché è considerato un indicatore affidabile? Perché costruire nuove navi richiede anni di lavoro: il lato dell’offerta quindi non subisce improvvise variazioni. In modo simile, il mercato delle spedizioni non è soggetto, come altri, alla speculazione: se prenoto una nave e una spedizione, considerati i costi, è perché ho davvero necessità di inviare una merce.

Perché allora consultare il BDI? Perché le materie prime sono utilizzate come primo strumento di qualunque processo produttivo, dai computer ai grattacieli. Se il BDI scende, vuol dire che il prezzo di spedizione è sceso, e dunque la richiesta di materie prime globalmente sta diminuendo. Un primo segnale di rallentamento economico. E viceversa: quando l’indice sale, vuol dire che non ci sono abbastanza navi per soddisfare la domanda di spedizioni e dunque l’economia va verso un periodo di crescita e maggiore produzione. Un cambiamento che, attenzione, è immediato: dall’oggi al domani una nave da qualche parte ha un carico in più o in meno.

Il Baltic Dry Index ha toccato il suo massimo nel 2008 per precipitare subito dopo, anticipando, per chi lo ha saputo vedere, il crollo che dopo le borse ha colpito l’economia reale. L’indice ha poi recuperato, anche se mai del tutto, ed era in crescita da qualche mese. Era. Perché dall’inizio del 2014 a oggi il BDI ha perso il 52%, rimanendo quasi costantemente in discesa.

Per questo dato esiste, secondo la Baltic Exchange stessa, una spiegazione diversa dall’andamento dell’economia. Nel 2013 infatti la compagnia di navigazione danese Maersk ha iniziato a mettere in circolazione la sua nuova flotta di porta-container, le più grandi di sempre, lunghe oltre 400 metri. Il calo dell’indice potrebbe essere spiegato, questa volta, con un calo vero dei costi di spedizione, determinati da navi nuove e più capienti che permettono di realizzare maggiori economie di scala.

In parte, però: perché l’indice continua a scendere. Se la tendenza non dovesse invertirsi nelle prossime settimane, potrebbe essere un segnale più evidente che l’economia rallenterà, di nuovo. Un segnale da leggere insieme alle voci di rallentamento dell’economia asiatica e del rischio che la crescita dei mercati finanziari americani sia una bolla, generata dalle operazioni di acquisto titoli della Federal Reserve. E in questo caso, il timido segnale di crescita che l’Istat prevede per quest’anno in Italia potrebbe ridursi o essere mancato.

 In foto, uno dei maxi portacontainer della flotta Maersk (foto: Nik Morris – Flickr)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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