domenica , 23 settembre 2018
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Photo © Gaia Santori

Armenia, il popolo dell’Arca: la mostra del Vittoriano

6 marzo – 3 maggio 2015. Si è appena conclusa, nella splendida cornice del Vittoriano, la mostra dedicata al popolo armeno in occasione del centenario del genocidio iniziato simbolicamente proprio il 24 aprile 1915. La mostra, patrocinata dall’Ambasciata della Repubblica Armena in Italia, non voleva solo ricordare le vittime dello sterminio di inizio secolo, ma far conoscere al visitatore le antichissime origini, radici, cultura e arte del popolo armeno, tradizionalmente conosciuto come “il Popolo dell’Arca”. E infatti immagini, frammenti, arazzi, antichissimi oggetti e musiche tradizionali non mancavano di rendere il percorso del visitatore suggestivo e di farlo calare appieno nello spirito armeno.

Le radici bibliche

Photo © Gaia Santori
Photo © Gaia Santori

La mostra si apriva con un atrio dedicato alle radici bibliche. In base ai testi infatti Noè sarebbe approdato con la mitica arca proprio alle pendici del Monte Ararat e la stirpe armena non sarebbe altro che la discendenza di Haik, nipote del patriarca e padre di tutti gli armeni. Un percorso di cui gli armeni vanno orgogliosi, come si evince dai numerosi pannelli illustrativi che nella mostra ricostruiscono la genealogia armena. Le pareti della seconda stanza sono dedicati alla storia. Frammenti del testo “Storia degli Armeni” scritto da Mosè di Chorene durante il secolo IX riempiono le pareti.

Il Cristianesimo

È poi la volta della stanza dedicata alle origini del Cristianesimo in Armenia. Una teca di vetro custodisce arazzi del V secolo e un prezioso capitello del VI secolo, adornato da un bassorilievo che raffigura una vergine con bambino. Il visitatore nella visita è accompagnato da una voce fuori campo, che narra della cristianizzazione dell’Armenia, avvenuta già nei secoli II e III ad opera degli apostoli Taddeo e Bartolomeo. Con il battesimo del re Tiridate III nel 301 da parte di Gregorio l’Illuminatore, l’Armenia diventò la prima nazione cristiana, 12 anni prima dell’Editto di Costantino e del cristianesimo religione ufficiale dell’Impero Romano.

Al centro dell’ampia sala un maestoso esempio di croce armena, in bronzo e laccata d’oro, differente della croci simbolo della religione cattolica. Sulle 4 punte porta un trifoglio, simbolo della Santa Trinità. La chiesa armena differisce da quella cattolica anche per il rito sacro. Una liturgia dalle origini antiche, legate alla tradizione antiochina e bizantina e con alcune peculiarità rispetto a quella romana. Il rito della comunione è ad esempio fatto solo con il pane azzimo e fino a qualche secolo fa era accompagnato con sacrifici animali (matagh), pare introdotti proprio da San Gregorio. La liturgia è anche arricchita dai canti sacri dello Sharaknots (Innario), che in parte derivano dalla tradizione greca e siriana e che accompagnavano il visitatore durante la mostra.

Il genocidio

Photo © Gaia Santori
Photo © Gaia Santori

Il percorso nella cultura armena continuava poi con alcune bibbie del V secolo con miniature e scritte in lingua armena. L’alfabeto armeno fu stato creato da Mesrop Mashots (teologo e linguista) nel 405 d.c. L’esempio dei caratteri armeni occupa un’intera parete che è possibile ammirare e tentare di interpretare. Superata la parte sull’architettura si arrivava poi al cuore della mostra: la stanza che con foto, voci, e documenti descriveva il genocidio.

Un maxi-schermo in una sala dalla luce soffusa riportava le rarissime immagini della deportazione nei campi di prigionia e della distruzione dei monumenti religiosi. Al centro della sala una cartina riassumeva i numeri dello sterminio: centinaia di migliaia di vittime, 26 collegi religiosi distrutti, 229 monasteri bruciati e 83 chiese rase al suolo. Con l’ausilio di auricolari era poi possibile ascoltare alcune opinioni sui crimini dell’Impero Ottomano durante il primo conflitto mondiale, narrate dall’attore di origine armena Paolo Kessisoglu. Tra i vari ascolti vi era l’opinione di Filippo Meda, Ministro delle Finanze nel 1916, del Pontefice Benedetto XV, che premeva per la costituzione di uno stato armeno indipendente, dello statista di origine ebraica Luigi Luzzati e infine di Antonio Gramsci che denunciò l’indifferenza europea di fronte alla strage armena.

L’ultima parte della mostra era dedicata all’emigrazione degli armeni dopo il genocidio, verso l’Europa ed in particolare vero l’Italia, con le testimonianze di alcuni armeni naturalizzati. Una chiusura cheuna riflessione quasi obbligata su una tragedia dimenticata per quasi 100 anni e solo oggi ricordata più assiduamente. Ad esempio per merito di Papa Francesco, che l’ha definite “il primo genocidio della storia moderna”. E proprio questo era il senso della mostra: ricordare. Ricordare scoprendo le origini e le tradizioni di un popolo. Del popolo dell’ arca.

L' Autore - Gaia Santori

Laureata in giurisprudenza presso l'università di Roma tre nel Maggio 2013, ho vinto una borsa di studio Erasmus per l'intero anno accademico 2010/2011 presso l'Univerità di Santiago de Compostela. Dall 'Agosto 2013 fino ad ottobre dello stesso anno ho frequentato un corso di perfezionamento dell'inglese giuridico ed economico a Boston. Le mie passioni sono il diritto internazionale,il diritto privato comparato e la geopolitica. Orgogliosa di far parte della redazione di Europae.

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