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Un job day organizzato dalla Commissione Europea © DG EMPL - Flickr

Buone nuove dall’ILO: “dal piano Juncker lavoro per 2,1 milioni”

Il Piano di investimenti da 315 miliardi proposto da Jean-Claude Juncker potrebbe creare ben 2,1 milioni di posti di lavoro nell’Unione Europea. Lo afferma uno studio condotto dell’ILO, Organizzazione Internazionale del Lavoro, che pure doveva fronteggiare alcuni difficili presupposti teorici, quali la fattibilità stessa del piano – che, per quanto salutato positivamente dagli Stati membri, è ancora in fase di approvazione e non è escluso che possa essere modificato prima del via (cioè prima di giugno 2015) – nonché la tanto criticata consistenza economica del Piano: i 315 miliardi di euro nascono infatti dalla moltiplicazione in leva di 15 miliardi dei privati per ognuno dei 21 stanziati da Commissione Europea (16) e BEI (5).

I consigli dell’ILO

Se il piano saprà creare crescita e occupazione, molto – quasi tutto – dipenderà dalla capacità di attirare investimenti privati: senza questi, e immaginando un’allocazione dell’investimento pubblico sulla base del PIL degli Stati membri, i posti di lavoro creati sarebbero solo 430 mila (cioè solo circa l’1,8% dei 23 milioni di disoccupati in Europa troverebbe lavoro). È perciò necessario, secondo l’ILO, evitare gli errori del passato, cercando di distribuire le risorse anche sulla base del tasso di disoccupazione, per aiutare i Paesi come Grecia e Spagna, in cui le politiche di austerità hanno portato ad una drastica riduzione degli investimenti privati.

Sarà importante valutare anche come queste risorse verranno redistribuite all’interno degli Stati stessi e come possano arrivare all’economia reale, finanziando progetti ad alto rischio, ad esempio tramite garanzie per gli investitori privati contro una parte dell’eventuale perdita e un sostegno finanziario erogato sin dalla fase greenfield, di avvio, la più rischiosa. Contemporaneamente gli Stati membri dovrebbero aumentare le politiche attive per il mercato del lavoro, ovvero favorire corsi di formazione e migliorare i servizi pubblici per l’occupazione.

Se la doppia previsione – della Commissione rispetto all’entità degli investimenti, dell’ILO rispetto ai posti di lavoro creati – si rivelasse giusta, e se le politiche degli Stati venissero strutturate nella maniera indicata, già a partire dalla seconda metà del 2016 si potrebbero notare effetti positivi sull’occupazione. La crescita economica nei Paesi UE, che appariva ormai di una certa consistenza e costanza, necessita invece quanto più presto una forte scossa, anche in relazione alle previsioni al ribasso per l’anno corrente. Inoltre, la timida crescita degli ultimi quadrimestri non sempre è stata accompagnata da un aumento dell’occupazione: il panorama europeo è estremamente eterogeneo, con Paesi nei quali questa è cresciuta più del prodotto interno lordo (Germania), altri in cui è avvenuto l’inverso (per quanto possa sembrare strano, la Grecia) e altri ancora in cui i due dati sono peggiorati assieme (Italia).

Il lavoro nell’Unione

In Germania infatti, nonostante una revisione al ribasso della crescita economica nel 2015 di ben un punto percentuale, il tasso di disoccupazione (4,8%) è già al di sotto di quello del 2007 (circa 8%): molto dipende certo dalla crescita esponenziale dei cosiddetti Minijobs, “mini-lavori” a 450 euro al mese con un regime fiscale molto favorevole ai datori di lavoro, che nel settembre 2014 rappresentavano più del 16% del numero di occupati.

La Grecia attende certamente notizie migliori rispetto al Piano Juncker, impegnata com’è nella difficile mediazione per rinegoziare il debito. La situazione occupazionale rimane però tragica, con un tasso di disoccupazione generale del 25,8% e giovanile del 50,6%. Quello che più preoccupa è la percentuale dei disoccupati di lungo periodo, coloro che da più di un anno non lavorano: in Grecia sono quasi il 78% del totale dei disoccupati. Un’emergenza che Tsipras non ha esitato a definire “umanitaria”. bloccando, appena insediato, i progetti di privatizzazione di porti, energia e ferrovie, rifiutando quindi un maggior ruolo dei privati come proposto dall’ILO.

Infine l’Italia, dove la disoccupazione sembra essere alquanto stabile intorno al 13% (per i giovani è al 40%), e dove, nonostante i proclami, la crescita nel 2015 dovrebbe fare registrare un misero +0,5%. Un passaggio interessante nel report, riguardo le riforme del lavoro “recentemente approvate” – sebbene sia presto per valutare gli effetti del Jobs Act – afferma che molte di queste non hanno dato i risultati sperati, evidenziando invece la necessità di bilanciare richieste di flessibilità e tutela per evitare la crescente polarizzazione nel mondo del lavoro.

L' Autore - Daniele Marchi

Studente presso l'Università di Torino, laureato a Trento in Studi Internazionali con una tesi su Alexander Langer ed il suo progetto per un corpo civile di pace europeo. Sono volontario di Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace, con cui ho partecipato al progetto in Colombia, presso la Comunità di Pace di San Josè de Apartadò. Mi occupo di risoluzione pacifica dei conflitti, confidando che un giorno l'Unione Europea diventi potenza di pace.

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