martedì , 18 dicembre 2018
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Slovenia, si vota: in corsa anche il galeotto Jansa

Nelle scorse settimane è giunto il sì dell’Alta Corte slovena: le elezioni politiche anticipate si terranno il prossimo 13 luglio. I seggi sono 88, più altri due riservati ai rappresentanti della minoranza italiana e di quella ungherese. La Commissione elettorale slovena ha reso note le 16 liste e i nomi dei rispettivi candidati che hanno depositato con regolarità le loro firme.

Come di consueto, parteciperanno il Partito democratico sloveno (SDS, centrodestra), Nova Slovenija (NSi, centrodestra), il Partito popolare sloveno (SLS, centrodestra), Slovenia Positiva (PS, centrosinistra), i Socialdemocratici (SD, centrosinistra), il Partito per la tutela dei pensionati (DESUS, di centrosinistra) e il partito Lista Civica (DL, centrodestra). In tutte le circoscrizioni saranno presenti, per la prima volta, il partito “Zaveznistvo Alenke” della premier dimissionaria Alenka Bratušek e anche il Partito dei Giuristi del costituzionalista sloveno Miro Cerar.

Anche se la campagna elettorale in Slovenia è iniziata da poco, c’è un dato interessante rilevato dai sondaggisti: quasi tutte le analisi fino ad oggi condotte danno come preferito il partito di Miro Cerar, fondato solo alcune settimane fa che, al momento, raccoglierebbe un consenso oscillante tra il 14,6% e il 19,3%. Al secondo posto si attesterebbe l’SDS, che si aggiudicherebbe dal 13,1% al 15,1%, ed in terza posizione si troverebbe invece il partito SD con un consenso che va dal 4,7% al 7%.

Non desterebbero troppa preoccupazione nemmeno le vicende giudiziarie che hanno investito l’ex premier sloveno, nonché leader dell’SDS, Janez Janša, che dallo scorso 20 maggio è in carcere. L’eroe dell’indipendenza deve scontare una pena definitiva di due anni per corruzione nell’affare “Patria”, riguardante la fornitura di blindati finlandesi all’esercito sloveno. Dal 2008 ad oggi Janša ha sempre giurato sulla sua innocenza e ha affermato che è stato ordito un vero e proprio complotto dalle “toghe rosse”, oltre che, addirittura, una strategia politica per depotenziare politicamente il suo partito.

A prendere subito le difese del leader del partito democratico è un uomo di Chiesa, il Cardinale Franc Rode, che ha ritenuto la condanna Janša “frutto di un vero e proprio progetto premeditato”. Janša, estremamente cattolico e difensore della Slovenia tradizionale e conservatrice, secondo il suo punto di vista, sarebbe stato vittima di una vera e propria cospirazione politica. Rode non ha pubblicamente detto chi sono gli artefici, ma è chiara l’allusione alla vecchia nomenklatura comunista del Paese, e ha concluso dicendo, con parole quasi profetiche, che “anche Gandhi ha vinto le elezioni quando era in carcere, e così pure Mandela”.

Il consenso su cui può contare Janša è tangibile. Lo scorso venerdì, di fronte all’istituto penitenziario di Dob, dove sta scontando la pena, c’erano ad attenderlo migliaia di persone. C’era chi intonava l’inno della Slovenia, chi si asciugava le lacrime e chi mostrava un cartello con scritto “Luce in fondo al tunnel, Janša è il nostro Mandela”. Nessuno dubita sulla sua elezione in Parlamento. Non si dubita però nemmeno sul fatto che in base alla vigente legislazione slovena, chi è stato condannato in forma definitiva a più di sei mesi di reclusione non potrà mai sedere sui banchi della Camera di Stato.

Il caso giudiziario è così diventato un caso politico: quello che realmente interessa a Janša è dare uno schiaffo morale ai suoi detrattori e oppositori politici e di farlo proprio dalle mura del carcere. Quelle stesse mura che aveva già varcato nel maggio del 1988, con l’accusa di aver pubblicato sulla rivista “Mladina”, segreti militari dell’Armata Popolare Jugoslava.

Il mondo politico sloveno non ha visto di buon occhio la candidatura di un pregiudicato. Secondo la Bratušek, la decisione è “imperdonabile”, mentre l’ex vicepremier e Ministro degli Esteri uscente, leader del partito DESUS, Karl Erjavec, ha affermato, che “nelle normali democrazie una simile persona abitualmente non potrebbe più essere politicamente attiva”. Senonché entrambi dimenticano che nella vicina Italia, mutatis mutandis, un pregiudicato si era ricandidato, gridando – proprio come Janša – al complotto e alle “toghe rosse”.

In foto Janez Jansa al congresso del PPE a Bonn, nel 2009 (Foto: European People’s Party – www.flickr.com) 

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L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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