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Karadžić
Photo © ICTY photos, 2014, www.flickr.com

Karadžić: fu genocidio, ma niente ergastolo

Lo scorso 24 marzo il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugloslavia (ICTY)  ha riconosciuto Radovan Karadžić, ex psichiatra divenuto nel corso della guerra della ex- Jugoslavia (1992-1995) leader dei serbi di Bosnia, colpevole del reato di genocidio per ciò che accadde a Srebrenica. Karadžić è stato riconosciuto anche responsabile del reato di omicidio e persecuzione di civili, in quanto artefice delle atrocità commesse durante il lungo assedio di Sarajevo, quando nel corso di 44 mesi morirono circa 10mila persone.

Le altre accuse a Karadžić

A questi reati si aggiunge quello di “presa di ostaggi” relativo al sequestro di 284 caschi blu della missione UNPROFOR, usati come scudi umani a fronte dei bombardamenti della NATO. Insieme a lui sono stati giudicati colpevoli di “impresa criminale congiunta” anche Momčilo Krajišnik, Biljana Plavšić, Nikola Koljević e Ratko Mladić. La condanna prevista ammonta a 40 anni di reclusione, ma l’ergastolo richiesto PM Alan Tieger lo scorso ottobre, durante la sua requisitoria.

L’ICTY ha ritenuto invece insufficienti le prove portate dall’accusa per estendere l’accusa di genocidio agli eccidi avvenuti in sette villaggi della Bosnia Erzegovina (Bratunac, Prijedor, Foča, Ključ, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik). Per questi episodi la condanna nei suoi confronti si è “limitata” ai reati di persecuzione, stupri di massa, deportazione, uccisione, trasferimenti forzati e attacchi contro civili.

Sono stati valutati però come crimini contro l’umanità e violazione delle leggi e costumi di guerra, non come genocidio, poiché il collegio dei giudici non si è convinto che dietro i crimini commessi ci fosse l’intenzione di sterminare parzialmente o del tutto le comunità non serbe. Tale intenzione è invece discriminante, come previsto dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948. Le operazioni nei villaggi bosniaci sono classificabili invece, per utilizzare un’espressione coniata dallo stesso Karadžić durante la guerra, come un’efficientissima campagna di “pulizia etnica”.

Le critiche

La sentenza non è stata accolta con favore né dai musulmani di Bosnia, né dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale. Si sperava in una condanna consona alla folle ambizione del progetto della Grande Serbia, capace di rendere giustizia alle vittime per il tragico stravolgimento della realtà umana. Se è vero infatti che il genocidio uccide, è altrettanto vero che provoca traumi inauditi ai superstiti, mentre distrugge ogni punto di riferimento morale negli esecutori materiali. Il genocidio crea nuove realtà, eliminando le persone considerate scomode o indesiderate.

Ciò che Karadžić si era proposto di fare, con il pieno sostegno della Serbia e dell’allora Presidente Slobodan Milošević, era di creare un territorio esclusivamente serbo che un giorno sarebbe entrato a far parte della Grande Serbia. I suoi crimini non sono stati quindi incresciosi effetti collaterali di una guerra selvaggia nei Balcani, bensì lo strumento primario di un progetto militare e politico per restituire grandezza alla Serbia. Tale progetto nazionalistico, ben definito e altrettanto ben studiato, imponeva l’eliminazione, con qualunque mezzo necessario, della popolazione di fede musulmana, i bosgnacchi, da gran parte del territorio bosniaco, ed a questo compito Karadžić, si era dedicato con il massimo impegno.

L’eredità

Lo spirito ed il retaggio di Karadžić esercitano tuttora la loro influenza sulla Republika Srpska, stato (attualmente una delle entità della Bosnia Erzegovina) nato dalla guerra e dal genocidio da lui orchestrato. Pochi giorni prima della sentenza, la casa dello studente a Pale, cittadina dalla quale fu lanciato l’assedio di Sarajevo, è stata battezzata con il nome di Karadžić. Alla cerimonia ha presenziato addirittura Milorad Dodik, Presidente della Republika Srpska, come pure la moglie di Karadžić, per inviare un messaggio chiarissimo a tutti gli interessati: Radovan Karadžić, è uno dei padri fondatori della Republika Srpska, dove le sue gesta sono ammantate di eroismo. E così che la sua fantasia genocida viene trasformata in storia ufficiale.

All’indomani della sentenza, il legale di Karadžić, Peter Robinson, ha annunciato che ci sarà un ricorso. Lo stesso Karadžić, ha definito la sentenza “mostruosa”. Queste parole sanno di beffa, soprattutto per chi, più fortunato, potrà portare un fiore sulla lapide dei propri cari barbaramente massacrati e per chi, a distanza di più di 20 anni, vorrebbe rendere degna sepoltura a quelle ossa disseminate nelle decine di fosse comuni della Bosnia.

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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