mercoledì , 20 giugno 2018
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Photo © Stéphane M. Grueso, 2011, www.flickr.com

Spagna: nuove elezioni, stessa incertezza

A tre giorni da una voto dall’esito shock per l’Unione Europea e, paradossalmente, per il Regno Unito stesso, l’attenzione per le elezioni politiche nei singoli Paesi europei è in crescita esponenziale. I primi a recarsi alle urne sono stati gli elettori spagnoli ed il risultato delle elezioni di domenica 26 giugno è inevitabilmente sotto i riflettori. Per la Spagna si tratta, in realtà, di un secondo turno, poiché si è tornati al voto dopo solo sei mesi dalle precedenti elezioni.

Il vecchio ed il nuovo voto

Il governo ispanico, a seguito delle scorse elezioni, si era ritrovato a fronteggiare una situazione nuova e ingestibile, che aveva sancito la fine dello storico bipolarismo spagnolo. I risultati avevano consegnato uno scenario politico con quattro partiti rilevanti, ma da soli non risolutivi ai fini della formazione di un governo: l’ipotesi di una coalizione che garantisse la governabilità era fallita.

Nello specifico, i due partiti storici, il Partido Popular (PP) per il centrodestra e il Partido Socialista Obrero Espanol (PSOE) per il centrosinistra, avevano ottenuto rispettivamente il 28.7% e il 22% dei voti. Un risultato minato dalla considerevole crescita di due partiti anti-sistema, Podemos e Ciudadanos, che avevano registrato, rispettivamente, il 20.6% e il 13.9% dei consensi. A sei mesi di distanza, le urne tracciano una situazione quasi fotocopia: il PP è al 33%, il PSOE è al 22.7%, Unidos Podemos al 21.1% e Ciudadanos al 13.1%.

Podemos

L’attenzione maggiore era catalizzata intorno a Podemos. Nato dal fenomeno degli Indignados e contrario alle politiche di austerità europee, è stato spesso paragonato al M5S, con cui ha delle indubbie affinità, ma rispetto al quale ha dimostrato attualmente, scegliendo di presentarsi in una coalizione elettorale di sinistra, di avere anche sostanziali differenze.

Podemos aveva deciso difatti di presentarsi in una coalizione, Unidos Podemos appunto, sancita ufficialmente dall’abbraccio del 9 maggio scorso in Puerta del Sol a Madrid tra Pablo Iglesias e Alberto Garzon di Izquierda Unida, coalizione che ha raccolto poi nel tempo altre forze, tra cui Equo, creando una vera e propria alternativa di sinistra che mirava a scalzare il primato del partito socialista.

Il risultato di queste elezioni delinea, invece, una situazione simile alla precedente, confermando la stessa ingovernabilità: se non si riuscisse a trovare un accordo si dovrebbe nuovamente tornare alle urne, ma la Spagna è consapevole di non potersi permettere una condizione di stallo ed assenza di governo, simile a quella vissuta qualche tempo fa dal Belgio.

Coalizioni?

I dati parlano di una leadership del PP rafforzata, ma Rajoy sarà nuovamente costretto a tentare una grande coalizione con i socialisti e con Ciudadanos, poiché soltanto con l’appoggio di questi ultimi non riuscirebbe comunque a raggiungere la necessaria maggioranza. Malgrado il notevole calo di consensi (di cui è indice la perdita della storica roccaforte andalusa) è quindi Sanchez del PSOE (che rimane il primo partito di sinistra) l’ago della bilancia, vista l’ipotesi di questa grande coalizione con i popolari.

L’altra possibilità per lui è quella di una grande alleanza di sinistra con Iglesias, nei confronti del quale però si è dimostrato più volte critico, tacciandolo di irresponsabilità e addossandogli parte delle colpe di questi risultati. Lo stesso Iglesias ha dichiarato di aver inviato un messaggio a Sanchez dopo aver conosciuto i risultati delle elezioni, messaggio rimasto attualmente senza risposta. La posizione dello stesso Iglesias è complessa. Il suo risultato è stato infatti inaspettatamente deludente, come egli stesso ha riconosciuto, rispetto a ciò che avevano previsto i maggiori exit-poll, che davano il sorpasso di Podemos sui socialisti.

Il quadro delle elezioni spagnole descrive in sintesi un Paese tra i più colpiti dalla crisi economica, in cui lo spazio di manovra per decisioni che possano avere risultati inaspettati o non voluti si è, dopo il voto inglese, enormemente ristretto. La consapevolezza del rischio e la volontà di evitarlo sono risultate evidenti come mai lo erano state. Un dato che si aggiunge ad un altro forse ancor più preoccupante: la partecipazione si è attestata al 51.2%. E’ il risultato più basso di tutta la storia democratica spagnola.

L' Autore - Francesca Grossi

Laureata magistrale in Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Roma Tre. Attualmente sto conseguendo un Master di II livello con focus specifico sull'Unione Europea presso l'Università LUISS Guido Carli. L'attenzione per la politica internazionale ed europea si lega in modo imprescindibile con l'interesse per l'informazione, di cui mi nutro in maniera quasi ossessiva.Felice, quindi, di poter coniugare queste mie passioni grazie all'occasione che mi è stata concessa da Europae.

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