domenica , 19 agosto 2018
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Photo © European People's Party, 2012, www.flickr.com

Ungheria: Orbán ha vinto, ancora una volta

«Dobbiamo decidere bene, perché sbagliando non ci sarà più modo di riparare. Rischiamo di perdere il nostro Paese, che diventerà un Paese di immigrati».

Così Viktor Orbán si è espresso la mattina dell’8 aprile, il giorno delle elezioni ungheresi, concludendo una campagna elettorale caratterizzata dai toni fortemente anti immigrazione. Una scelta rivelatasi vincente. Il Fidesz (Unione Civica Ungherese), partito conservatore e populista di cui è leader, ha infatti conquistato il suo terzo mandato raccogliendo il 49,5% dei voti, per un totale di 133 seggi su 199 al Parlamento, più dei due terzi. Questo garantisce anche la possibilità di cambiare la Costituzione e rende Orbán il capo del governo più longevo insieme ad Angela Merkel.

Gli esiti

Il risultato è stato parzialmente sorprendente, almeno nelle dimensioni, se si pensa che l’affluenza è stata al 69%, il picco più alto dal 2002. Una percentuale alta che, al contrario di ciò che si pensava, non ha affatto favorito l’opposizione.

Hanno votato Fidesz in gran parte nelle aree rurali del paese e nelle province, mentre il sostegno all’opposizione è arrivato dai giovani e dagli abitanti della capitale Budapest. Ciò comunque non è bastato: il secondo partito, Jobbik (Movimento per un’Ungheria migliore), nazionalista e di estrema destra, è riuscito a conquistare solo il 20% dei voti, con uno stacco quindi ben consistente. All’esito sono seguite le dimissioni del leader Gobor Vona, seguite da quelle dei rappresentanti degli altri partiti, come Gyula Molnar del Partito Socialista Ungherese.

L’opposizione

L’opposizione aveva cercato di denunciare la corruzione di Orbán, il controllo istituzionale e dei media, la posizione di connivenza verso Putin ed Erdogan, nonché l’impiego illecito di almeno il 30% degli aiuti europei, ma non ha avuto successo contro il Premier uscente, che addirittura li aveva definiti dipendenti del tycoon americano di origini ungheresi Soros, che secondo Orbán auspicherebbe un’islamizzazione dell’Europa.

Una vittoria schiacciante per la democrazia illiberale di Orbán. Nella campagna elettorale aveva promesso di continuare a combattere i flussi immigratori, tagli delle tasse e rilancio dell’economia: un proseguimento dell’Orbánomics, che negli anni scorsi ha garantito al suo Paese una robusta crescita economica, con un aumento del PIL maggiore al 4%, un picco nelle esportazioni, una disoccupazione ai minimi storici e investimenti nell’alta tecnologia.

Budapest e Bruxelles

A chi gli ha chiesto se intende continuare la sua politica anti Bruxelles, Orbán ha duramente risposto: «L’Europa non è a Bruxelles, ma a Berlino, a Budapest, a Praga e a Bucarest. L’Unione Europea non significa Bruxelles, significa le capitali unite assieme». Sostenendo quindi di non essere euroscettico, ma favorevole a una riforma strutturale e completa dell’UE, in cui lui stesso aveva spinto per entrare. E ancora: «Noi difenderemo gli interessi dell’Ungheria, che rimane leale membro delle organizzazioni internazionali. Ci batteremo per il nostro Paese», rivendicando quindi una posizione di anti integrazione.

Il risultato però preoccupa l’Europa e ne mina in qualche modo i valori costitutivi. «L’Unione Europea alle prese con la Brexit ora deve fare i conti con un paese nel bel mezzo del continente che ha rifiutato i valori liberali dell’UE ma continua a beneficiare dei privilegi comunitari» si legge sul The Guardian. A pochi giorni dal voto, il 12 aprile Judith Sargentini, eurodeputata olandese relatrice della Commissione Libertà civili Giustizia e Affari interni, ha presentato un rapporto al Parlamento Europeo per richiedere l’attivazione dell’art. 7 del Trattato dell’UE con la possibile conseguenza della sospensione del voto in Consiglio ai danni dell’Ungheria, un procedimento già attivato per la Polonia. Sargentini denuncia una «minaccia sistemica alla democrazia, allo stato di diritto e ai diritti fondamentali».

Il voto del PE si svolgerà sicuramente prima dell’estate e verrà discusso in sessione plenaria a settembre, per poi passare al Consiglio Europeo. Nel frattempo l’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la Cooperazione in Europa) ha dichiarato che nella campagna elettorale ungherese non ci sono state violazioni, ma la TV statale non è stata imparziale e questo ha fortemente sfavorito i partiti di opposizione.

Nonostante l’OSCE non abbia appunto parlato di brogli elettorali, sabato 14 centomila persone sono scese nelle piazze e nella capitale per manifestare contro il regime di Orbán, chiedendo un ri-conteggio delle schede elettorali, una maggiore libertà di stampa, una nuova legge elettorale e una maggiore cooperazione dei partiti di opposizione. Forti le urla all’interno di una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni: «Vik-tator!», «Schifo Orbán!», «Noi siamo la maggioranza!». Un altro corteo si è svolto anche lo scorso fine settimana.

L' Autore - Erica Gatti

Studentessa di Lettere Moderne all'Università degli Studi di Roma Sapienza, da diversi anni mi interesso di politica e attualità. Scrivo, leggo molto e osservo il mondo cambiare, sperando che l'Europa smetta di essere un sogno e diventi un progetto politico.

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One comment

  1. Perhaps there’s somewhat more to the TBB story than the lack of reputable sources in a Hungary where the media has been grabbed by two hands, the greediest and most harmful hand belonging to Orbánistas. I absolutely agree with this. But these people being interviewed are also communistic hard leftists (as is Orban Nationism, which Orbán isn”t either doesn”t make you a rightist). But that”s right, I”m not sure of the rules, but Orbán has been on a 4 year campaign, and these guys are restricted to a couple months, and it rained and snowed most of that time. Their campaigns were weaker than hell because they don”t share principles (aka rightist, creating a republic), but try to appease to the whims of the people (aka creating a democracy). Hungary will become a Muslim country based on Orbán”s policies alone. Corrupt as the devil. I agree with the what Juhász Péter is saying. I don”t know Együtt well, but I do know the other parties. The green party (LMP) is always a communist party.

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