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Dodik, Presidente della Republika Srpska di Bosnia: “Noi come la Crimea”

Nei giorni scorsi l’ex Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina dal 2002 al 2006, Paddy Ashdown, ha espresso forti critiche in merito all’ipotesi di secessione della Republika Srpska (entità a maggioranza serba) dalla Bosnia Erzegovina. Ipotesi paventata, in analogia alle vicende che hanno interessato la Crimea, da Milorad Dodik, Presidente della stessa entità. 

Dodik, in occasione dell’incontro con l’ambasciatore russo in Bosnia, Aleksandar Bocan-Harčenko, aveva appoggiato apertamente la condotta di Mosca in Crimea definendo legittimo il referendum dello scorso 16 marzo “legittimo e democratico, nonché in conformità con il diritto internazionale e con quanto stabilito dall’ONU, essendo stato garantito il diritto all’autodeterminazione dei popoli”. Quello che emerge però dalle sue parole è una lapalissiana forzatura dei principi che governano la comunità internazionale. Anche se non sorprende che Dodik, nel solco della vicende ucraine, abbia cercato di riportare alla ribalta la già più volte ventilata ipotesi di indire un referendum per la secessione della Republika Srpska da Sarajevo, con conseguente annessione alla Serbia.

Già nel 2008 infatti, quando Dodik era Primo Ministro, il Parlamento della Republika Srpska aveva adottato una risoluzione in cui veniva accordata all’entità serbo-bosniaca la possibilità di uscire dalla Bosnia Erzegovina, qualora la maggioranza dei membri dell’ONU e degli Stati dell’UE avesse riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Condizione verificatasi alla fine del 2012.

I timori di uno “scenario ucraino” in Bosnia, espressi da Paddy Ashdown, non sono però unanimemente condivisi dal mondo politico ed intellettuale bosniaco“Non si può fare alcun parallelo tra Crimea e Republika Srpska, la gente ormai presta scarsa attenzione all’argomento secessione”, ha detto Srećko Latal, analista dell’International Crisis Group, secondo il quale un tentativo di indire il referendum, del resto non previsto come istituto dalla Costituzione, “danneggerebbe proprio i Serbi”, che non hanno l’appoggio di Belgrado. Anche Dragan Čavić, leader dell’opposizione in Republika Srpska, ha criticato le dichiarazioni e i modi di Dodik, suggerendo invece un approccio “più cauto”, come quello posto in essere dalla stessa Serbia che “non può approvare il referendum in Crimea ed allo stesso tempo negare il diritto alla secessione degli albanesi nel Kosovo”.

A sostegno della diversità tra i due casi c’è da ricordare anche che la Republika Sprska non ha mai fatto parte della Serbia (al contrario della Crimea, legata storicamente e culturalmente alla Russia), e che le due entità bosniache (Republika Srpska e Federacija BiH (a maggioranza croato-musulmana) non sono mai esistite nella storia della Bosnia fino al 1995, quando sono state create con gli accordi di Dayton. Chiare a tal proposito le parole di Sasa Popov, di Igmanska Inicijativa, il quale ha affermato che un eventuale referendum per l’indipendenza Republika Srpska “non sarebbe realistico e nemmeno paragonabile al caso della Crimea. Lì, la Russia ha sfruttato una situazione di crisi per riappropriarsi di un territorio che possedeva in precedenza. La Republika Srpska non è mai stata Serbia”.

Secondo l’esponente musulmano della Presidenza tripartita bosniaca, Bakir Izetbegović, il caso della Crimea rappresenta un brutto precedente che potrebbe dare luogo a una “epidemia di referendum e secessioni”, in varie parti del mondo. Epidemia che però non può, ritiene Izetbegović, lambire la Bosnia: “ogni modifica dell’accordo di Dayton per volontà di un solo gruppo etnico significherebbe il ritorno allo status quo ante, ovvero alla Repubblica di Bosnia Erzegovina […] senza la divisione forzata in entità o cantoni”.

La febbre secessionista pare aver riacutizzato la tormentata questione dell’arbitraria divisione territoriale ed etnica della Bosnia Erzegovina, oggi principale problema del Paese balcanico. Il sistema di Dayton, nato dalla contingenza di far cessare le guerre nella ex-Jugoslavia, sembra non poter funzionare più. Lo stesso Richard Holbrooke, mediatore statunitense e uno degli artefici del testo degli accordi, al ricorrere del primo decennale confidò che non pensava potesse durare così a lungo. Inoltre la Costituzione nata con gli Accordi di Dayton è in palese e grave contrasto con la CEDU.

Gli accordi di Dayton sembrano effettivamente al tramonto, ma la via della secessione della Republika Srpska non sembra essere la migliore da praticare. Ed in ogni caso la Crimea non costituisce un valido precedente a cui fare riferimento. La pretestuosità dell’accostamento tra i due casi è chiara, anche se i timori restano vivi.

Nell’immagine un cartello al confine tra le due entità della Bosnia (photo: Wikimedia Commons)

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L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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