lunedì , 17 dicembre 2018
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Scozia e Catalogna, referendum a confronto

L’Europa a 28, con i suoi attuali confini e ordinamenti, ha davanti a sé due appuntamenti cruciali: il 18 settembre e il 9 novembre. In queste date si svolgeranno, rispettivamente, i referendum per l’indipendenza della Scozia e della Catalogna. Gli esiti referendari sono già stati discussi e vagliati, nella loro natura potenziale, dalla stampa europea con un’attenzione che ha ondeggiato tra il discreto e l’inesistente. Tuttavia, nell’ultimo mese alcuni elementi in gioco sono emersi con più chiarezza.

Innanzitutto, per la prima volta da ché il premier britannico David Cameron e il capo dello Scottish National Party (Snp) Alex Salmond raggiunsero un accordo sul referendum (15 ottobre 2012), gli indipendentisti scozzesi risultano in vantaggio nei sondaggi. Secondo il Sunday Times il 51% degli interpellati voteranno a favore della separazione politica dal Regno Unito. Complice della risalita dei separatisti è stata senza dubbio la fallimentare campagna elettorale unionista. Nella bilancia proposta agli elettori il piatto unionista piange miseria: persino Alistair Darling (laburista, membro della Camera dei Comuni per il collegio di Edimburgo sud-ovest), unionista della prim’ora, non è stato in grado di spiegare quali vantaggi trarrebbe la Scozia da una mancata indipendenza. Salmond, da parte sua, nel giugno scorso ha invece presentato una bozza di Costituzione che entrerebbe in vigore, in caso di esito positivo, dal marzo 2016. Una novità veramente eclatante se si considera che il Regno Unito è l’unico Paese dell’UE a non avere una Costituzione scritta. Un tema, questo, particolarmente rifuggito dal premier Cameron, che di recente ha anche rifiutato di confrontarsi con Salmond. Altro grande punto di scontro è la ferrea volontà dei separatisti, in caso di vittoria, di entrare nell’UE. Argomento sbandierato con la stessa veemenza con cui il Regno Unito minaccia di uscirne.

Dall’altro lato vi è invece la Catalogna. Una comunità autonoma con rivendicazioni che spesso hanno assunto toni più aspri di quelli scozzesi. Innanzitutto per una questione finanziaria: gli scozzesi punterebbero a mantenere la sterlina, mentre i catalani, nella persona dei Jordi Pujol (nazionalista moderato ed ex Presidente le governo locale della Catalogna) additano l’euro come responsabile della crisi. Salmond, invece, si è dichiarato più volte a favore del controllo della Banca d’Inghilterra anche per una Scozia indipendente. In comune vi sono però le rivendicazioni economiche: Salmond, come ex economista energetico, promette entrate per 7 miliardi l’anno al suo popolo, una volta indipendente, grazie all’industria petrolifera. Pujol punta direttamente alla materia fiscale, sostenendo che la Catalogna indipendente (pertanto svincolata dalla tassazione spagnola) costituirebbe l’area più ricca della Spagna.

In Catalogna, inoltre, vi è un vivissimo risentimento per la “reinterpretazione” dello Statuto catalano che impegnò la Corte Costituzionale spagnola per ben 4 anni. Una revisione che costò alla comunità autonoma una grande limitazione dell’indipendenza (soprattutto linguistica) nel settore politico, educativo e amministrativo. Una questione caldissima quella linguistica, stante il fatto che il catalano, all’interno della comunità, è lingua ufficiale al pari del castigliano. Questione che evidentemente non accomuna Catalogna e Scozia. Altro tratto di distacco è la visione della monarchia: la bozza di Costituzione scozzese prevede la regina Elisabetta come capo di Stato. Mentre i catalani hanno accolto tiepidamente l’ascesa al trono di re Felipe VI nel giugno scorso, nonostante le moderate promesse di dialogo.

L’indipendenza assume dunque caratteri differenti, che si conciliano, almeno in parte, nel desiderio (o bisogno) di incastonarsi nel quadro internazionale attuale. Un esempio su tutti: la bozza di Costituzione scozzese apre infatti al recepimento diretto (e non con una trasposizione legislativa come attualmente nel Regno Unito) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Un testo, questo, al quale anche il governo locale catalano rimane molto affezionato a causa delle garanzie linguistiche contenute. Gli esiti referendari potrebbero dunque provocare dei mutamenti nel quadro dei confini europei, anche se il referendum catalano non sarà vincolante: la Corte Costituzionale spagnola nel marzo scorso ne ha infatti sancito l’inammissibilità. Un tratto di vera divergenza da quello scozzese.

In foto, campagna pro indipendenza scozzese anche nei murales: “rottama il nucleare, scarica i Tories, salva il Sistema Sanitario Nazionale” (© Brian Smith – Flickr 2014)

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L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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