mercoledì , 19 dicembre 2018
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In foto, il Ponte di Mostar © Pietro Columba / Flickr 2011

Bosnia: le origini e i rischi del wahhabismo

Da sempre terra di confine, tra l’Impero Austro-Ungarico e la Sublime Porta di Costantinopoli, la Bosnia Erzegovina rappresenta un ponte tra Oriente ed Occidente, tra Islam e Cristianesimo. L’Islam bosniaco, all’interno del contesto europeo, è stato tendenzialmente quasi sempre dialogante e aperto al confronto con le altre religioni. Senonché, agli inizi degli anni ’90, in una Bosnia dilaniata dal conflitto, si diffuse una forma più radicale di Islam, il wahhabismo.

Alla base dell’origine del movimento wahhabita in Bosnia vi è una unità militare, la Brigata El-Mudzahid. Truppe di combattenti di origine araba o asiatica, addestrate con estrema perizia, entrarono in Bosnia in due fasi distinte ma, allo stesso tempo, collegate tra loro. La prima, definibile come “fase di infiltrazione”, ha avuto inizio nel 1992, proprio in concomitanza con lo scoppio della guerra, quando numerosi mujaheddin provenienti soprattutto dal Nord Africa e dal Medio Oriente, molti dei quali veterani della guerra in Afghanistan (e legati a loro volta a gruppi fondamentalisti e terroristici dei rispettivi Paesi d’origine), si introdussero in Bosnia, pronti a combattere un jihad contro serbi e croati.

Era questa un’occasione unica per i mujaheddin: penetrare e combattere in prima linea in Europa, diffondendo il fondamentalismo islamico, con il desiderio di trovare terreno fertile in un Paese di tradizione musulmana dai tempi della dominazione ottomana, ma pur sempre moderato. La Brigata El-Mudzahid fu ufficialmente costituita nella città di Zenica (Bosnia Centrale) nel 1993. Secondo le stime più caute, sarebbe stata composta da 1.800 uomini. Del loro arrivo ne erano a conoscenza anche i leader politici ed istituzionali del Paese, compreso il vecchio Presidente Alija Izetbegović. Tuttavia i vertici dell’esercito bosniaco ufficiale (Armija BiH) hanno sempre sostenuto che non erano in grado di esercitare un pieno ed effettivo controllo sulla Brigata, dal momento che i mujaheddin rispettavano solo ed esclusivamente la Shari’a, non le leggi e le consuetudini locali.

Durante le ostilità, i mujaheddin si macchiarono di numerosi crimini di guerra. L’ICTY (International Criminal Tribunal for the Former Yugoslavia) ha infatti condotto numerose inchieste sui crimini commessi, andando però a stabilire che non esisteva una vera “linea di comando” tra la Brigata e l’Armija BiH. Tuttavia, è stato ritenuto colpevole, per non aver impedito la commissione di crimini di guerra, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito bosniaco, il Generale Rasim Delić.

La seconda fase, invece, è definibile come fase di “assestamento” ed ha avuto inizio in seguito agli Accordi di pace di Dayton del 1995, quando centinaia di mujaheddin che avevano combattuto la guerra si insediarono in Bosnia, sposando donne locali, nonostante gli Accordi prevedessero espressamente l’obbligo per i combattenti stranieri di abbandonare il Paese.

È così che si sono create delle vere roccaforti dell’Islam radicale, quali Zenica, Gornja Maoca e Bočinja. È proprio in questi luoghi che predicatori wahhabiti praticano una propaganda di stampo jihadista e reclutano seguaci disposti alla mobilitazione nelle fila del sedicente Califfo dell’Iraq e del Levante. Insomma, delle vere e proprie basi del jihadismo in Europa.

La presenza di militanti islamici provenienti dai Balcani potrebbe di fatto innescare una terza fase, quella del “ritorno” dei jihadisti. Le autorità bosniache sono da tempo consapevoli di questa situazione e del rischio che un tale rientro in patria potrebbe comportare per la sicurezza interna del Paese. Non è un caso che nell’aprile 2014 il Parlamento bosniaco abbia introdotto una serie di sanzioni volte a punire i cittadini bosniaci recatisi all’estero a combattere insieme agli estremisti islamici.

Questa potenziale “terza fase” non è un pericolo solo per la Bosnia, ma anche per il resto d’Europa, che si troverebbe a dover fronteggiare una vera e propria minaccia interna.

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L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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