lunedì , 17 dicembre 2018
18comix
Photo © European External Action Service, 2012, www.flickr.com

Bosnia al voto: il cambiamento che non c’è

Il 12 ottobre si sono tenute in Bosnia quelle che dovevano essere le “elezioni del cambiamento”, in un Paese attanagliato dalla crisi di identità nazionale, da una disoccupazione al 27% e da un debito pubblico che non accenna a diminuire. Bakir Izetbegović però, figlio del primo Presidente del Paese, Alija Izetbegović, e leader dell’SDA (storico partito dei musulmani di Bosnia), non ha nemmeno atteso i dati ufficiali per dichiarare la propria vittoria. Una vittoria relativa, dal momento che Izetbegović “succede” a se stesso.

Secondo i dati diffusi dalla Commissione elettorale centrale, Izetbegović ha prevalso con il 33,16% dei voti. L’SDA aveva investito molto nella campagna elettorale, nella quale invitava i bosgnacchi all’unità: “U jedinstvu je snaga”, “l’unità fa la forza”. Un investimento risultato fruttuoso, dal momento che il distacco dal suo principale rivale, il magnate dell’editoria Fahrudin Radončić, è stato di 40.000 voti. Emir Suljagić, autore di “Cartolina dalla fossa-Diario di Srebrenica” e già Ministro dell’Istruzione del cantone di Sarajevo, è arrivato terzo, ottenendo 90.000 voti. Un numero non irrilevante se si considera che Suljagić si candidava per la prima volta ed ha ottenuto comunque più preferenze del famoso giornalista Bakir Hadžiomerović, candidato del maggior partito multietnico, i socialdemocratici (SDP).

Sul versante croato, invece, il seggio della presidenza del Paese va all’Unione democratica croata (HDZ) della Bosnia Erzegovina di Dragan Čović, che ha sconfitto in maniera netta il rivale Martin Raguž, la cui campagna dai toni moderati e all’insegna del dialogo evidentemente non ha sortito l’effetto desiderato.

Nella Republika Srpska le elezioni hanno assunto una veste diversa dal resto del Paese. Gli elettori erano di fatto chiamati a esprimersi a favore o contro Milorad Dodik, già Presidente dell’entità serba di Bosnia. Il leader di SNSD, che di tanto in tanto minaccia la secessione da Sarajevo. Noto per le sue indiscusse posizioni filo-russe e la personale amicizia con Putin, alla fine si è riconfermato, con il 47% dei voti, alla presidenza della Republika Srpksa. Sullo scranno della presidenza tripartita invece andrà Mladen Ivanic, candidato dell’opposizione, in vantaggio di appena un migliaio di voti rispetto alla fedelissima di Dodik, Zeljka Cvijanovic.

Le elezioni non hanno risolto l’atavico problema dell’identità nazionale. Il corpo elettorale non ha voluto nemmeno provare a risolverlo. Secondo i dati della Commissione elettorale centrale l’affluenza è stata solo del 54,4%. Non sono mancate schede nulle, con voti assegnati ironicamente all’ex gruppo rock jugoslavo di Goran Bregovic. La verità è che i bosniaci stessi non credono che un cambiamento possa davvero avvenire. “Siamo tornati al 1990”, sono stati i commenti di fronte alle vittorie scontante e che in effetti hanno premiato gli stessi partiti identitari delle prime elezioni libere del Paese, quelle che avrebbero poi condotto alla guerra nel 1992. Guerra che si sarebbe conclusa con gli Accordi di Dayton, nel 1995. L’allegato n. 4 di quegli Accordi costituisce tuttora la Costituzione della Bosnia, nonostante il pugno di ferro della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, ad intervalli regolari, ripete l’impellente necessità di emendare il dettato costituzionale per quanto concerne il sistema elettorale, incentrato su basi etniche e discriminatorio nei confronti dei popoli “non costituenti”.

Nel “Progress report” della Commissione UE della scorsa settimana, è emerso in modo cristallino che, tra i Paesi dei Balcani occidentali, il percorso di integrazione europea della Bosnia è quello che si trova in situazione di stallo da più tempo. Il Commissario Füle aveva auspicato dei risultati elettorali diversi, dal momento che il Paese si trova in tale situazione a causa della mancanza di volontà politica dei suoi leader, incapaci di affrontare veramente le riforme necessarie alla prosecuzione del “percorso europeo”.

A febbraio, sembrava che le proteste di massa avessero riacceso la voglia di cambiamento, portando alla nascita di assemblee popolari spontanee, i plenum, che avrebbero dovuto formulare rivendicazioni nei confronti della classe politica. Dopo le alluvioni di maggio, i plenum sono rimasti un mero tentativo di democrazia diretta, che non si è tramutato in un nuovo soggetto politico. La ricostruzione post-alluvioni è stata così occasione, per i soliti partiti, di accaparrarsi il sostegno dei cittadini attraverso la distribuzione degli aiuti umanitari. I soliti partiti, quelli nazionalisti, gli stessi che hanno vinto ancora. Gli stessi che non sono mai scomparsi dalla scena politica degli ultimi 20 anni.

Print Friendly, PDF & Email

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

Check Also

Aufstehen: Germania, lo strano caso della sinistra anti-migranti

Sahra Wagenknecht, leader della Linke, ha creato Aufstehen: un movimento che vuole riunire le idee …

One comment

  1. Comunque per il membro serbo della presidenza tripartita ha vinto Mladen Ivanic per una manciata (meno di mille) voti, non la Cvijanović. Ed è l’unico cambiamento positivo portato da queste elezioni 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *